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“Per migliaia di anni la menzogna aveva un volto: quello del bugiardo. Oggi non ce l’ha più.”
Un dipendente di Hong Kong autorizza nel gennaio 2024 quindici bonifici per 25 milioni di dollari dopo una videoconferenza con i colleghi: tutti deepfake. Nelle Filippine, una campagna anti-vaccino attribuita al Pentagono contribuisce a decessi potenzialmente evitabili. Un’operazione israeliana finanziata dal governo prende di mira 128 parlamentari americani con account falsi. EU DisinfoLab smaschera quindici anni di una rete indiana di 750 testate-fantasma in 119 paesi.
Non sono casi isolati. Sono il meccanismo ordinario di un nuovo regime informativo che Agostino Ghiglia chiama Disinfocrazia: una democrazia formalmente intatta, sostanzialmente svuotata, perché le viene a mancare la materia prima, il fatto condiviso, l’informazione affidabile, la possibilità stessa di sapere.
Da Ramesse II che fece scolpire una vittoria mai avvenuta, alla propaganda totalitaria del Novecento, fino all’algoritmica del consenso e all’intelligenza artificiale generativa, l’autore ricostruisce 5000 anni di disinformazione per spiegare perché oggi è diverso. La tesi è netta: per la prima volta nella storia, la menzogna non ha più bisogno del bugiardo. Può essere prodotta automaticamente, su scala industriale e a costo quasi nullo.
Il libro non si ferma alla diagnosi. Propone quattro misure concrete: Educazione Civica Digitale obbligatoria nelle scuole, alfabetizzazione mediatica per tutte le età, controllo plurale delle fonti, e un sistema di incentivi-disincentivi che renda meno remunerativa la propalazione di contenuti falsi sulle piattaforme.
Un saggio breve, denso, in prima persona. Per chi sente che qualcosa, nell’ecosistema democratico, si è rotto e cerca di spiegare che cosa, e perché.
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