Aleksàndr Blok – Bolle di terra. Viola notturna. Maschera di neve (2026)

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La traiettoria lirica di Aleksandr Blok è da sempre considerata dalla critica letteraria come un monumentale romanzo in versi, una «trilogia dell’incarnazione» che riflette in modo organico e tormentato lo sviluppo spirituale, estetico e storico del massimo esponente del Simbolismo russo. Tuttavia, l’attenzione filologica ed editoriale tende spesso a concentrarsi sui grandi pilastri di questa architettura — dalle Poesie sulla Bellissima Dama fino al poema rivoluzionario I dodici —, lasciando in una penombra ingiustificata quelle costellazioni testuali intermedie, condensate e folgoranti, che presiedono ai momenti di transizione più radicali. Il presente volume colma questa lacuna raccogliendo le collezioni brevi concepite e pubblicate tra il 1904 e il 1907: Bolle di terra (Puzyrì zemlì), Viola notturna (Nočnàâ fialka) e Maschera di neve (Snéžnaâ maska). Questi testi non rappresentano frammenti marginali o bozzetti preparatori, bensì il nucleo incandescente in cui si consuma la scomposizione del misticismo giovanile e si prepara la discesa dell’eroe lirico nella dimensione caotica della modernità, della carne e della storia. Nel volgere di pochissimi anni, la verticalità teurgica che cercava la Sapienza Divina (la Sofiâ di Vladìmir Solov’ëv) si frantuma, costringendo il poeta a confrontarsi con l’orizzontalità ctonia della terra e con la vertigine metropolitana della Russia prerivoluzionaria. Tradurre e curare oggi queste raccolte significa riaprire il laboratorio segreto di Blok, restituendo al lettore italiano la fisicità, lo straniamento e la stupefacente modernità di una poesia che si fa corpo, fango, sogno e ghiaccio. La transizione si apre con lo scenario insolito e perturbante di Bolle di terra (1904-1905). Il titolo stesso, di ascendenza shakespeariana (Macbeth, I, 3: «La terra ha delle bolle, come l’acqua, e queste sono di quel genere»), dichiara l’immersione in un folklore magico, umido e sotterraneo. Lontano dalle sfere celesti della Bellissima Dama, Blok popola le sue liriche di diavoletti palustri (bolotnye čertenâtkiâ, vecchie pellegrine in cammino verso i santuari, rospi feriti e piccoli preti di palude (bolotnyj popik) che pregano per la guarigione di ogni creatura e persino per il Papa di Roma. È una discesa verso l’elemento acquatico e vegetale, una sconsacrazione ironica eppure profondamente religiosa della natura russa. La palude diventa l’«occhio profondo della terra», uno spazio di cattività e di attesa in cui l’Assoluto non si manifesta più come luce accecante, ma come scintilla verde che corre tra le gramigne per poi spegnersi nel brago. Con Viola notturna (1905-1906), definito dallo stesso Blok un vero e proprio poema-sogno, la stasi palustre assume una dimensione ipnotica, atemporale e mitica. L’eroe lirico abbandona la città nebbiosa per ritrovarsi in una taverna di legno senza tempo, dove re e regine medievali, guerrieri scandinavi dimenticati e vecchi spinti da visioni bevono birra da un boccale in una penombra perenne. Al centro di questo non-luogo siede la principessa di una contrada scordata, la Viola notturna, che fila instancabilmente un infuso palustre che addormenta la memoria e la volontà. Il testo acquisisce una cadenza quasi prosastica, un andamento narrativo e rituale in cui i secoli passano come istanti e il senso profondo risiede nell’accettazione di una prigionia incantata, squarciata soltanto in rari momenti dal richiamo lontano e oceanico di navi che annunciano una nuova terra. La liberazione da questo sonno vegetale avviene attraverso l’esplosione orgiastica e distruttiva di Maschera di neve (1906-1907). Scritta nel giro di pochi giorni e dedicata all’attrice Natàl’â Volóhova, la raccolta è un trionfo della tormenta (v’ûga, metel’), dell’inverno metropolitano e della finzione teatrale.

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