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Arrivò a New York come immigrato squattrinato dai Caraibi e la lasciò, vent’anni dopo, avendo inventato quasi interamente da solo il sistema finanziario americano: il debito nazionale finanziato, la Prima Banca degli Stati Uniti, la dottrina dei poteri impliciti, il Tesoro stesso. Poi una lettera lo distrusse, e un duello lo uccise, a quarantanove anni.
Questa è l’edizione federale delle opere complete di Alexander Hamilton, in dodici volumi, curata da Henry Cabot Lodge nel 1904: l’edizione accademica di riferimento, da tempo di pubblico dominio, che raccoglie i saggi del Federalista, i rapporti del Tesoro, gli scritti politici sotto pseudonimo (Phocion, Camillus, Pacificus), le lettere private e pubbliche, e la testimonianza di una mente che costruì istituzioni destinate a sopravvivere all’uomo che le aveva concepite e difese.
Uno studio critico di Henry Bugalho, «Credit: On the Works of Alexander Hamilton», segue una singola parola attraverso l’intera carriera di Hamilton: credit, nel doppio senso esatto che egli stesso sfruttò e da cui fu infine distrutto. Lo strumento finanziario su cui costruì l’economia di una nazione, e la reputazione personale che sacrificò, tutta in una volta, in un opuscolo che ammetteva una relazione extraconiugale per respingere un’accusa peggiore, e in un duello combattuto per nient’altro che quella stessa parola. Lo studio attraversa la Banca, il Report on Manufactures, la Ribellione del Whiskey, il Reynolds Pamphlet e Weehawken, interrogandosi su cosa gli scritti di Hamilton spieghino ancora riguardo al modo in cui le istituzioni, e le reputazioni, vengono effettivamente costruite per durare.
Una biografia completa, dalle Indie Occidentali e dalla Guerra d’Indipendenza attraverso gli anni al Tesoro e l’ultimo decennio, e una nota sui testi che dettaglia la collazione e il testo di riferimento di questa edizione, completano il volume.
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