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E se la forma più compiuta della colonizzazione fosse quella che le sue stesse vittime non riescono più a vedere?
In questo saggio filosofico e politico di rara densità, l’autore propone una diagnosi della condizione del popolo occitano contemporaneo: un’alienazione sedentaria — una colonizzazione senza spostamento dei corpi, realizzata attraverso la spoliazione dell’anima. Non la vergogna (la Vergonha) che conoscevano ancora le generazioni precedenti, punite a scuola per aver parlato la propria lingua. Ma qualcosa di molto più radicato: l’assenza stessa della consapevolezza della ferita.
Attingendo a Fanon, Gramsci, Bourdieu, Heidegger e altri pensatori, l’autore forgia un concetto inedito — il néo-faydit (erede dei cavalieri occitani espropriati dopo la crociata albigese) — per descrivere milioni di individui che portano in sé una civiltà millenaria senza più saperla nominare. Una diaspora interiore. Un esilio da sé stessi nel proprio territorio.
Ma questo libro non è un lamento. Si propone come un’arma intellettuale.
Attraverso una fenomenologia dell’alienazione occitana, una dialettica della liberazione e una visione politica per il futuro, l’autore traccia il percorso di un’archeologia di sé: ritrovare il filo interrotto, nominare la perdita, e costruire un’identità occitana per il XXI secolo — aperta, combattiva, fondata non sul sangue né sulla nostalgia, ma sulla scelta deliberata di appartenere a una civiltà viva.
Questo saggio si rivolge a chiunque porti in sé qualcosa di una cultura che gli è stato insegnato a ignorare. Ma parla anche a tutti coloro che, altrove nel mondo, vivono un’esperienza simile di dominazione simbolica e spoliazione culturale attraverso l’universalismo imposto.
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