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James Irwin Cagney posò delicatamente il fascicolo con la copertina giallo pallido, allineando in modo pignolo il bordo con l’angolo destro del piano di plexiglas fumé della scrivania.
Posò lo sguardo sulla grossa boccia di vetro dentro cui erano annegate delle rotelline di orologio e che gli serviva da fermacarte, e sui pesciolini che nuotavano pigramente sullo schermo del suo computer, ripromettendosi di chiedere a Morris di cambiare l’immagine sul salvaschermo, elimi-nando quei pesciolini che l’avevano ormai stancato. Quella con le ellissi concentriche che si allungavano come elastici e poi si ritiravano di colpo non era molto meglio; quelle figure richiamavano alla sua mente certi strumenti di tortura usati una volta dai servizi segreti per far parlare gli agenti nemici catturati, o delle catene cromosomiche aberranti. Chissà, forse era meglio lasciare semplicemente lo schermo nero, immobile, come un terzo occhio capace di animarsi, ma solo quando fosse assolutamente necessario.
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