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Lo avrebbero chiamato semplicemente così, a distanza di qualche anno: il Giorno della Bomba. E per anni ed anni, forse per sempre, la gente avrebbe raccontato di quel giorno, ripetendo storie sentite da altri, distorcendole e modificandole a seconda della situazione, andando addirittura a creare situazioni che non si erano mai nemmeno lontanamente presentate.

Ma tant’è, cosa volete ci si possa fare. La fantasia umana galoppa ad una velocità impressionante, tenendo a malapena il passo dell’ego. E quindi è normale che adesso, a distanza di quasi venticinque anni, si fatichi a trovare qualcuno disposto ad ammettere che quel giorno, nel luglio del 2002, lui a Bellello non c’era stato, o che, se c’era stato, c’era rimasto per poco, e poi se n’era andato da parenti lontani, seguendo per filo e per segno gli accalorati consigli degli uomini della Protezione Civile. Eppure vi assicuro che furono in tanti, quelli che approfittarono di quel giorno di esilio forzato per andare a trovare vecchi zii o giovani amanti, quelli che se ne andarono a pescare in un qualche gelido torrente in montagna o sul lago di Como, quelli che si spinsero fino in Liguria per vivere al mare un breve anticipo delle vacanze d’agosto. Al tempo avevo calcolato che non più di duemila persone, degli abitanti, erano rimaste in paese. Questo significa che almeno in tremila avevano tagliato la corda, forse temendo la vecchia bomba, forse disprezzandola, forse semplicemente non sopportandola più.

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