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La morte non aveva voce. Era silenzio, freddo, abbandono, una ferita aperta, il sangue spillato da una lama. La morte era il tempo che rallentava la sua corsa, l’odore di polvere da sparo, un grido che echeggiava all’infinito. La morte era conoscenza, lucida consapevolezza che la fine si sceglieva da sola.
Damiano riaprì gli occhi pensando che non sarebbe toccata a lui. Non ancora.
Ricordava poco di quanto accaduto dopo che aveva sparato a Giulio. Stefano si era rialzato, una mano premuta sul fianco. L’aveva sentito arrancare dentro il tunnel mormorando che avrebbe fatto presto, che non dovevano mollare perché lui non si sarebbe tirato indietro un’altra volta. Damiano aveva creduto di sognare, poi si era ricordato di Flavio ed era strisciato fino a lui. Il volto dell’amico era ridotto a una mappa di ferite e un occhio era stato risucchiato in una pozza di sangue. Flavio gli aveva afferrato la mano e l’aveva stretta con tutta la forza che gli restava. Qualcosa di freddo e immateriale strisciava nella caverna, e quando aveva guardato verso quella ragazzina, nuda e aggrappata ai piedi della statua, aveva creduto di aver visto un fantasma.
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