Bereyit Rabba. Commento alla Genesi - Bookrepublic

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Avvenimento decisivo quanto altri mai per l’ebraismo è stato il ritorno d’Israele dall’esilio babilonese (anno 538 a. C., l’«editto di Ciro» che decreta per gli Ebrei la possibilità del ritorno nella loro terra). Da questo momento l’ebraismo assumerà quella fisionomia che sensibilmente, attraversati secoli molti e duri, è ancora quella di oggi1.
Durante l’esilio era d’altra parte avvenuto qualche fatto a sua volta decisivo. Distrutto barbaricamente il Tempio di Gerusalemme ad opera della truppa di Nabucodonosor (a. 586 a. C., data del secondo e definitivo esilio), la Tôrāh scritta, cioè l’Insegnamento, la Dottrina (dal verbo jārāh, insegnare), in genere tradotta con «Legge», diventa il santuario spirituale del popolo ebraico, ed il Tempio appare solo come il santuario materiale. In esilio gli Ebrei cercano di conservare la loro fede con tutti e soli i mezzi dei quali potevano disporre, non molti, ma efficaci: la fedeltà alla Legge, il suo studio, la sua meditazione, la sua diffusione, la sacra osservanza del giorno diletto, il sabato, l’osservanza delle leggi sui cibi.
In tutto questo spicca la figura del grande e solitario profeta Ezechiele, uno dei centri della rianimazione del popolo esiliato, verso il quale avevano guardato con fiducia gli anziani ed i capi (Ez. 23, 30), ed i cui responsi teologici, profetici, religiosi, morali, disciplinari erano stati lucidi e decisivi.
Proprio nell’esilio babilonese (a. 586-538 a. C.) è quasi certo che sono sorte le prime forme di gruppi organizzati, le «Sinagoghe», quali efficaci centri per surrogare l’antico unico centro che era il Tempio, ormai distrutto nella Patria lontana. Il culto che si poteva attuare nelle Sinagoghe non era quello solenne, ricorrente in tempi stabiliti dal calendario, agito dal sacerdozio e dai Leviti, incentrato sulla preghiera della mattina e della sera puntualmente accompagnata dal sacrificio e dal rito del sangue. Nella Sinagoga il culto assume un aspetto meno vasto, ma in compenso più raccolto ed intimo, per così dire, quello del «piccolo santuario» (Ez. 11, 16), espressione questa nella quale i Rabbini vedono, quasi certo con ragione, le prime Sinagoghe2.