
Con la fine del Terzo Reich i suoi prodotti artistici sono stati colpiti in larga misura da tabù. Questo vale in particolare per la pittura del periodo 1933-’45; quanto resta di essa non è piu in circolazione; si trova presso privati o in depositi non accessibili al pubblico.
Questa circostanza potrebbe indurre a ritenere che quei dipinti siano in effetti gli inquietanti prodotti di una presunta «rivoluzione bruna», che il radicale mutamento sulla scena artistica sia l’adeguata espressione di rapporti strutturali di base altrettanto radicalmente, «rivoluzionariamente», trasformati. Ma, come la «presa del potere» non rappresentò affatto un’autentica rivoluzione, cosi anche l’arte nazista fu tutt’altro che un fenomeno rivoluzionario. Essa fu – è la sorprendente conclusione di questo libro – esattamente l’opposto: nelle persone come nella tematica la pittura nazista rappresenta il diretto prolungamento dell’accademismo tradizionale, che sotto l’urto dell’arte moderna era stato respinto nel sottofondo della storia dell’arte, nell’area della trivialità. Berthold Hinz analizza dapprima la lotta condotta a livello sia organizzativo sia ideologico contro l’arte moderna, bollata come arte «degenerata» o come «l’arte degli ismi del bolscevismo culturale». In seguito alla sua liquidazione, restavano in campo la vecchia pittura «dei generi» e i suoi rappresentanti, che vennero immediatamente assunti per dar corpo all’«Arte del Terzo Reich». Ad essa fu eretta a Monaco, quale tempio dell’«Arte eterna», la «Casa dell’Arte Tedesca», che, nonostante le pretese del regime, grazie alle annuali «Grandi Esposizioni (Mercato) d’Arte Tedesca» aveva assunto piuttosto il carattere di un mercato coperto dell’arte. Venne promossa una pittura che si richiamava a modelli ereditati dal XVII e dal XIX secolo.
Berthold Hinz è nato nel 1941 a Konigsberg. Studioso di storia dell’arte, filosofia e storia e docente all’università di Francoforte sul Meno.
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