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Sulla breccia del giornalismo umoristico dal ’45 (prima con il settimanale «Caleidoscopio», poi con «La Cittadella»), attivi con successo anche a teatro e alla radio in trasmissioni di larghissimo ascolto, Carpinteri e Faraguna hanno rivelato una singolare vena poetica nella raccolta «Serbidiòla» (ripubblicata a Milano da Scheiwiller con l’avallo di Eugenio Montale). «Le Maldobrìe» (arcaico, riscoperto vocabolo che significa «ribalderie») insieme con i successivi «Prima della Prima Guerra» e «L’Austria era un Paese ordinato» ai quali gli autori hanno anche attinto per la loro felice trascrizione scenica, trasferiscono il discorso di «Serbidiòla», che è triestino e popolaresco, al più vasto e vario mondo dei litorali adriatici. Al centro c’è un personaggio, Bortolo, che rievoca i fasti di «prima della prima guerra» in una prospettiva autoironica. Sul filo delle chiacchiere di Bortolo gli autori si impegnano a scavare nel dialetto e nel costume di un’epoca scomparsa, non tanto con strumenti filologici quanto sul filo di una funambolica capacità imitativa e lessicale. Ma le componenti delle «Maldobrìe» sono molteplici come le stratificazioni dell’anima triestina: se la bizzarria di certe avventure dei personaggi fa pensare alle schermaglie psicoanalitiche di Svevo, il timbro di alcuni aneddoti appartiene inconfondibilmente all’umorismo ebraico e non sarebbe estraneo al gusto di Saba.
