È morto... - Associazione Italiana di Psicoanalisi/AIPsi | Facebook

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Allorché il 28 settembre 1918 Sigmund Freud prese la parola al V Congresso di psicoanalisi che iniziava quel giorno a Budapest, accadde una cosa inconsueta: invece che parlare a braccio, come faceva di solito – e soltanto in seguito scrivere ciò che aveva detto in vista della pubblicazione –  il fondatore lesse alcuni fogli che aveva preparato nei giorni precedenti. Sul motivo di questa novità si potrebbe sorvolare, se non ci fosse un particolare che ci suggerisce un’ipotesi di qualche interesse. Il congresso si stava tenendo in Ungheria, perché da quel paese provenivano alcuni autori particolarmente “creativi”, primo tra i quali colui che Freud considerava un suo allievo prediletto, Sándor Ferenczi. Senonché proprio in quel periodo Ferenczi stava lavorando ad una tecnica che prevedeva  un ruolo piuttosto attivo dell’analista, che sembrava travalicare i suggerimenti freudiani di qualche anno prima. L’esigenza del medico viennese di ribadire in maniera inequivocabile il suo punto di vista sull’argomento, lo convinse probabilmente a dosare con attenzione le parole, per non urtare la suscettibilità dell’allievo ungherese, ma senza lasciare ambiguità. Ecco come si espresse: “Vi sarete resi conto che si schiude qui un nuovo campo per la tecnica analitica, la cui elaborazione richiederà grande sforzo e impegno e darà luogo a prescrizioni ben precise. Oggi non cercherò di introdurvi a questa nuova tecnica, che è ancora in fase di sviluppo, e mi accontenterò invece di enunciare un principio fondamentale che probabilmente diventerà dominante in questo campo. Questo principio si può formulare così: ‘Nella misura del possibile, la cura analitica dev’essere effettuata in stato di privazione, di astinenza’ ”.

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