
Formato: EPUB
Ci sono luoghi nei quali la società accompagna discretamente ciò che non vuole vedere, periferie materiali e morali dove finiscono il tossicodipendente che ha ricominciato troppe volte, il detenuto sul quale sembra non valere più la pena investire, la prostituta ridotta al proprio corpo, il migrante diventato un numero, il ragazzo che ha imparato la violenza prima ancora di conoscere un’alternativa, la persona disabile trasformata in assistita permanente, il giocatore che perde denaro, relazioni e dignità mentre intorno a lui continua a funzionare perfettamente la macchina che guadagna sulle sue sconfitte. È in questi luoghi che nasce questo libro, un viaggio lungo, documentato e profondamente umano dentro le vite di sacerdoti, religiosi e uomini di frontiera che hanno scelto di non limitarsi a parlare degli ultimi, ma di vivere abbastanza vicino a loro da lasciarsi cambiare.
Da Don Chino Pezzoli a Don Mario Picchi, da Padre Salvatore Morittu a Don Antonio Mazzi, da Suor Elvira a Don Gino Rigoldi, da Don Claudio Burgio a Don Marco Pozza, da Don Luigi Ciotti a Don Giacomo Panizza, da Don Vinicio Albanesi a Don Andrea Gallo fino a Don Armando Zappolini, passando attraverso comunità terapeutiche, carceri, case famiglia, strade della prostituzione, quartieri controllati dalla criminalità, luoghi della povertà e dell’accoglienza, queste pagine raccontano uomini e donne che hanno incontrato la marginalità quando ancora non possedeva un linguaggio rassicurante e che, spesso pagando personalmente le proprie scelte, hanno provato a trasformare l’assistenza in libertà, la carità in giustizia e la compassione in responsabilità.
Non sono agiografie e non sono vite di santi costruite cancellando le contraddizioni. Ogni storia viene attraversata nelle sue opere concrete, nei luoghi, nelle date, nei numeri, nelle testimonianze, nei successi e nei fallimenti, ma anche nei limiti dei metodi adottati, nelle polemiche, negli errori e nelle domande che restano aperte, perché aiutare una persona non significa possederne la soluzione e persino la solidarietà, quando diventa struttura, organizzazione e potere, deve continuamente interrogarsi sul rischio di trasformare chi riceve aiuto in qualcuno che avrà sempre bisogno di riceverlo.
Il libro nasce in un tempo nel quale parole come fragilità, inclusione e accoglienza vengono pronunciate con una facilità sconosciuta alle generazioni precedenti, mentre contemporaneamente crescono nuove solitudini, dipendenze senza sostanze, povertà educative, disuguaglianze, carceri sovraffollate, sfruttamento, tratta, gioco d’azzardo e migrazioni che continuano a mettere alla prova la distanza tra ciò che una società proclama e ciò che è realmente disposta a fare quando la sofferenza smette di essere astratta e arriva sotto casa. È dentro questa contraddizione che l’autore entra con lo sguardo del giornalista, l’esperienza del volontario e la fragilità dell’uomo, senza nascondersi dietro la neutralità di chi osserva da lontano e senza rinunciare alla domanda più scomoda, quella che costringe a seguire ogni ferita fino alle responsabilità individuali, sociali, economiche, politiche e religiose che l’hanno resa possibile.
Perché dietro un tossicodipendente esiste anche un mercato, dietro una donna sfruttata qualcuno guadagna, dietro il ragazzo finito in carcere c’è certamente una responsabilità personale ma può esserci anche una lunga storia di abbandoni, dietro il migrante esistono guerre, miseria e interessi, dietro il giocatore patologico c’è una gigantesca industria perfettamente legale, e dietro molte forme di assistenza esiste il rischio che la cura diventi amministrazione della fragilità anziché costruzione dell’autonomia.
Ed è così che, dopo aver attraversato le vite degli ultimi degli altri, il libro arriva alla domanda dalla quale forse dipende il significato di tutte le precedenti.
E se l’ultimo fossi io?
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