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Torre del Lago, il primo giorno di aprile del 1924.

Giacomo Puccini morirà otto mesi più tardi, in una clinica di Bruxelles. Oggi, però, si sente bene, e sta per fare una delle cose che gli piacciono di più al mondo: viaggiare in automobile. Monta in macchina appena in tempo, ci vogliono sei ore per raggiungere Firenze. E questa sera, a Palazzo Pitti, va in scena la prima italiana del Pierrot Lunaire di Arnold Schönberg.

Puccini non lo sa ancora, ma tra non molto alcuni testimoni assisteranno a una delle strette di mano più enigmatiche – più dense di significato – nell’intera storia del Novecento musicale.

L’avventura del Puccini operista al volgere del secolo si sviluppa in tre atti, come su un palcoscenico: il tempo, il suono, l’immagine. O come al cinema, si potrebbe dire – livelli temporali sovrapposti, colori d’orchestra e rumori della vita, lunghi piano-sequenza alternati a fotogrammi di precisione. La poetica musicale del compositore di Bohème, Tosca e Madama Butterfly non può che riflettere, con passione vorace, il vorticante caleidoscopio della modernità.

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