Da più di due anni mi sveglio prima dell’alba, prima che il mondo decida di scuotermi e dirmi – “Ei! È ora!” – è ora per fare cosa? Così ho preso tra le mani le redini del mio destino facendo una cosa molto semplice (che non vuol dire facile), e cioè, decidere da me quando aprire gli occhi. Non ho lasciato nemmeno che decidesse la luce di un nuovo giorno, quella che penetra dalle finestre filtrata da delle pseudo-tende trasparenti, no; voglio svegliarmi prima del sole per dire addio alla luna, ogni giorno, voglio svegliarmi prima di tutto. Voglio svegliarmi per me stesso.Alle 4:00 i miei occhi si aprono; Quanta bellezza c’è negli occhi che si aprono? Metto il piede giusto fuori dal letto accompagnato da un pensiero felice nella testa – come Peter Pan – e volo in bagno, poi verso la cucina per bere i miei due bicchieri d’acqua, ché il mio corpo ne ha bisogno come un motore ha bisogno dell’olio, poi mi preparo il caffè e mi metto a leggere. Là fuori è ancora buio quando chiudo il libro e apro il mio diario. Stare qui a pensare con la punta della penna adagiata su di un foglio bianco, nell’attesa che si muova e che prenda a disegnare parole, è qualcosa di sublime, un’alchimia di cui nessuno dovrebbe fare a meno. Scrivere vuol dire alleggerire il nostro peso, perché ci sono tante parole che se restano dentro di noi ci rendono pesanti, tante altre invece che dimentichiamo facilmente; e allora meglio che vengano fuori e che abbiano un altro posto in cui stare. E poi, quando si vuol cambiare qualcosa della propria vita si sa, bisogna fare il primo passo almeno, un’azione concreta, e scrivere è un’azione, il primo movimento che innesca un cambiamento. Così scrivo e mi faccio domande giacché le risposte sono dentro di noi e hanno solo bisogno di un foglio bianco su cui esistere.Ho scritto per tre anni, tre diari, e adesso è arrivato il momento di condividerli con tutti gli esseri umani pronti ad accogliere il travaglio di uno come me, che si è ritrovato ad odiare l’intero universo per poi amare ognuna delle sue parti; non che sia diviso, ma i nostri occhi fisici possono vedere una cosa alla volta e perciò ci abituiamo presto ad amare nello stesso modo; poco per volta, sia mai che il nostro cuore possa esplodere se dovessimo amare un po’ di più. Allora ho chiuso gli occhi per non imitare il loro limite. E così ho fatto ogni volta prima di scrivere. Ho scritto a me stesso, ai miei figli, ai miei amici, alle persone che sono andate via con l’amore nel cuore e ad altre che si son perse con la rabbia nella testa. Ho scritto a degli sconosciuti mai incontrati di persona, che sentivo più vicini di altre persone che vagavano costantemente nelle mie giornate. Ho scritto a Dio, alla Luna, all’Universo. Ho scritto a qualcosa senza nome che non ha mai smesso di amarmi.Ogni giorno, prima che il sole prendesse il suo posto nel cielo, ho lasciato che la mia mano destra disegnasse parole; parole di rabbia, di delusione, di meraviglia, di comprensione, di disprezzo, di accettazione, di appagamento, di frustrazione, Parole d’Amore. Alcune pagine urlano ancora implorando aiuto, altre pagine sono impregnate di gioia e dal fuoco di vivere. Altre ancora non le ho scritte nemmeno io, credo, sicuramente non il mio “io”.Apro i miei diari senza vergogna, mostro i miei deliri al mondo, mi adagio davanti alla mercé dell’intelletto umano e ho paura, ed è per questo che è la cosa giusta da fare, sì, perché ho paura.

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