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Appena ebbe finito di vestirsi, Laura andò alla porta d’ingresso, in tempo per vedere l’autopattuglia del dipartimento di Polizia di Los Angeles fermarsi davanti alla casa. Uscì, chiuse la porta dietro di sé e fece di corsa il vialetto.
Non aveva preso neppure l’ombrello. Non ricordava dove l’avesse messo e non aveva voluto perdere tempo a cercarlo.
I tuoni rombavano nel cielo nero, ma lei si accorse appena di quei brontolii minacciosi. Sentiva solo il battito sordo del suo cuore.
Lo sportello dell’auto bianconera si aprì dalla parte del guidatore e ne uscì un agente in uniforme. La vide arrivare, rientrò, allungò la mano dall’altra parte del sedile e aprì la portiera dal lato del passeggero.
Lei gli si sedette accanto e richiuse lo sportello. Con una mano fredda e tremante si scostò dal viso una ciocca di capelli bagnati e se la sistemò dietro l’orecchio.
L’auto della polizia aveva un forte odore di disinfettante al pino, che ne copriva un altro, più vago, di vomito.
«La signora McCaffrey?» domandò il giovane poliziotto.
«Sì.»
«Mi chiamo Carl Quade. Devo portarla dal tenente Haldane.»
«E da mio marito», aggiunse lei ansiosamente.
«Questo non lo so.»
«Mi hanno detto che hanno trovato Dylan, mio marito.»
«Sicuramente il tenente Haldane gliene parlerà.»
Fu assalita da un’ondata di nausea; deglutì e scosse la testa, disgustata.
«Mi dispiace, qui dentro c’è puzza», si scusò Quade. «Abbiamo arrestato uno che guidava in stato di ubriachezza, e si è comportato come un porco.»
Non era stato l’odore a farle rivoltare lo stomaco. Aveva la nausea perché pochi minuti prima, al telefono, le avevano riferito che avevano ritrovato suo marito, ma non avevano fatto parola di Melanie.
E se Melanie non era con Dylan allora dov’era? Era scomparsa? Morta? No. Dio mio, no. Laura si portò una mano alla bocca, strinse i denti, trattenne il fiato, aspettò che la nausea le passasse. «Dove… dove stiamo andando?» chiese con un filo di voce.
«A Studio City. Non è lontano.»
«È lì che hanno trovato Dylan?»

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