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I detective non sapevano neppure che i due si conoscessero. Uno si trovava già nella gabbia dei fermati perché sventatamente aveva sparato a un piccolo droghiere coreano che si era opposto alla sua iniziativa di svuotar-gli la cassa. L’altro, che veniva portato in cella proprio in quel momento, era stato catturato mentre fuggiva dalla scena di una rapina a mano armata in un negozio di liquori, all’incrocio tra la Culver e la 12th.
A parte la loro professione, i due uomini non avevano niente in comune.
Uno era bianco, l’altro nero. Uno era alto, l’altro basso. Uno aveva gli occhi azzurri, l’altro scuri. Uno aveva un fisico da sollevatore di pesi, forse perché si era fatto un paio d’anni nel carcere nel nord dello stato per un reato precedente. Quello che adesso veniva accompagnato in cella era piuttosto paffuto. A volte sono proprio i paffuti quelli da tenere d’occhio.
«Dentro, muoviti» disse Andy Parker, e lo spinse nella gabbia. In seguito avrebbe raccontato a chiunque fosse stato a sentirlo di avere pensato automaticamente che l’uomo fosse già stato perquisito sul posto dagli agenti in uniforme che avevano effettuato l’arresto. «Come facevo a sapere che aveva un coltello nascosto nel crack?» avrebbe chiesto al vento.
Nel caso specifico, il crack non era una sostanza stupefacente. Il detective Parker si riferiva al solco esistente tra le ampie natiche dell’uomo, na-scondiglio dal quale il medesimo aveva estratto un coltello da potatore, a lama ricurva ripiegabile sul manico, nel momento stesso in cui aveva rico-nosciuto il culturista che sedeva scomposto e imbronciato in un angolo della cella. Ciò che Parker fece nell’istante in cui vide il piccolo mago paffuto produrre un coltello dal sedere fu sbattere la porta della cella e chiuderla a chiave. In quello stesso momento, Steve Carella e Artie Brown entravano in sala agenti con nove giocatori di basket ammanettati. Tutti e due sentirono subito odore di guai.
Il guaio non era che un qualsiasi agente fosse in pericolo a causa del ciccione in cella armato di coltello. Il guaio era che il culturista si trovava in custodia della polizia e perciò anche sotto protezione della polizia. Di conseguenza ogni poliziotto presente in quella sala aveva già visioni di gigan-tesche cause legali contro l’amministrazione della città per avere consentito che un nero – un nero, niente meno – venisse tagliuzzato mentre si trovava sotto chiave – sotto chiave, niente meno – da un grasso assassino bianco armato di coltello che continuava a ripetere: «Ah sì? Ah sì? Ah sì?».
Carella sparò un colpo in aria.
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