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Il silenzio delle culture – forse il più forte documento della storia – viene attaccato attraverso gli strumenti di cui si è servita l’antropologia per entrare nella vita dei popoli privi di tradizione scritta, in modo da tentare un’interpretazione delle forme culturali e così comprendere la realtà storica di quanti, condannati al silenzio, pure hanno vissuto. Fra i silenzi che tuttora permangono v’è, enorme, il silenzio delle donne, che nella storia non fanno emergere la propria vita vissuta e la propria condizione reale. Tillie Olsen parla dei “… silenzi delle vite mai giunte alla scrittura. Fra questi, i Milton muti e senza gloria: coloro le cui ore di veglia sono una continua lotta per l’esistenza; quanti sono privi di istruzione; gli analfabeti; le donne. Il loro silenzio, il silenzio durato secoli sul loro modo di vivere, è comune a tutta l’umanità.”
Doppiamente condannata al silenzio è la donna sudafricana nera, che i bianchi non «vedono» – così come non vedono i neri in generale – e che il fatto d’essere donna porta a una condizione di duplice soggezione. Eppure proprio sulla donna nera grava maggiormente il peso terribile di reggere e continuare la catena dell’esistenza in una condizione – quella dell'”apartheid” – le cui regole sono dettate dall’ingiustizia e dall’ineguaglianza, dalla violenza e dall’indifferenza, generando una sequela senza fine di oppressioni.

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