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“Gli antichi dicevano, mia madre raccontava…” di Enzo Caputo è una ricca raccolta di proverbi, detti, modi di dire e filastrocche nel vernacolo umbertino e sinagrese, che lo hanno accompagnato nella sua storia personale sin dall’infanzia. Essa fa da ponte tra le parole di sua madre e il lettore… un’eco che supera i confini del tempo, arrivando sino a noi.
Il chiacchiericcio di paese si avverte quasi… uomini in tenuta da caccia, artigiani al lavoro, perfettamente a proprio agio nel contesto rurale della loro epoca: radici profonde, nel bene e nel male, della cultura moderna.
I legami con quella che sembra una dimensione lontana, superata, intridono il pensiero contemporaneo più di quanto non sospettiamo. L’organizzazione e l’impostazione sociale, ad esempio, tipicamente patriarcale e oggi ancora tanto presente, ha avuto terreno fertile per il suo diffondersi nei piccoli centri agricoli, di cui queste pagine ci aprono le porte… un universo per lo più maschile, raccontato qui dalla voce di una donna.
L’autore ne condivide gli aneddoti e i significati preservati fino ad oggi, consentendoci di inquadrare non solo la cornice del quadro che espone, ma anche l’immagine che essa custodisce e valorizza.
L’approfondimento di ogni citazione, infatti, ci fa entrare nel merito del quotidiano, permettendoci di soffermarci sulle somiglianze e sulle differenze che legano il nostro costume con quello di allora. Da qui ha origine, non solo la lettura di una comunità, ma anche un approccio critico e costruttivo che mette in discussione sia il passato che il presente.
Il dialetto, in tutto questo, è lo strumento più prezioso di cui si avvale. Le contaminazioni linguistiche e culturali, evidenti nella fonetica e nella morfologia dei termini, ci permettono di farci un’idea di quanto il passaggio di un popolo lasci un segno indelebile su ogni aspetto della vita comunitaria che va a toccare. Traccia apparentemente superflua, ma sicuramente determinante per la formazione e la costruzione di una società.
Il chiacchiericcio di paese si avverte quasi… uomini in tenuta da caccia, artigiani al lavoro, perfettamente a proprio agio nel contesto rurale della loro epoca: radici profonde, nel bene e nel male, della cultura moderna.
I legami con quella che sembra una dimensione lontana, superata, intridono il pensiero contemporaneo più di quanto non sospettiamo. L’organizzazione e l’impostazione sociale, ad esempio, tipicamente patriarcale e oggi ancora tanto presente, ha avuto terreno fertile per il suo diffondersi nei piccoli centri agricoli, di cui queste pagine ci aprono le porte… un universo per lo più maschile, raccontato qui dalla voce di una donna.
L’autore ne condivide gli aneddoti e i significati preservati fino ad oggi, consentendoci di inquadrare non solo la cornice del quadro che espone, ma anche l’immagine che essa custodisce e valorizza.
L’approfondimento di ogni citazione, infatti, ci fa entrare nel merito del quotidiano, permettendoci di soffermarci sulle somiglianze e sulle differenze che legano il nostro costume con quello di allora. Da qui ha origine, non solo la lettura di una comunità, ma anche un approccio critico e costruttivo che mette in discussione sia il passato che il presente.
Il dialetto, in tutto questo, è lo strumento più prezioso di cui si avvale. Le contaminazioni linguistiche e culturali, evidenti nella fonetica e nella morfologia dei termini, ci permettono di farci un’idea di quanto il passaggio di un popolo lasci un segno indelebile su ogni aspetto della vita comunitaria che va a toccare. Traccia apparentemente superflua, ma sicuramente determinante per la formazione e la costruzione di una società.
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