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La raccolta di poesie “Erebo, la notte” è la fenomenologia emozionale di un’intera generazione: quella dell’autore, classe ’99, che traduce il nichilismo passivo della sua epoca con termini e immagini tratte dal quotidiano.
Dall’inizio alla fine, il libro analizza il dietro le quinte subliminale di aspetti apparentemente leggeri come il sesso, l’amore, il chiasso e l’ebbrezza giovanile, appesantiti da una nuova condizione umana raccontata con i propri termini e strumenti, mai accusati di aver mutilato un’identità sociale integra, naturale e tradizionale, piuttosto visti come parte di un processo necessario di alienazione sentimentale proiettata verso l’indifferenza collettiva.
Nella catabasi tra la nostalgia e il vuoto di “Erebo, la notte”, ogni immagine e ogni ricordo diventano sigilli nei quali sono imprigionate emozioni ormai scomparse, rievocabili solo e per brevi istanti tramite il ricordo.
In questa elegia a un’emotività scomparsa, l’autore ridefinisce i criteri spaziali, ambientando la raccolta in un tempo plastico, con i ponti di Einstein-Rose e le sue deformazioni spazio-temporali, in un flusso di coscienza quasi freudiano, dove ogni verso è sia concettualizzato, sia dotato di un’identità propria.
Il dolore, l’alcol e la droga si allontanano dai criteri universali e diventano sintomi e manifestazioni di disagi senza nome o di situazioni indefinite, dove il micromondo dell’autore talvolta si fonde, talvolta si distacca totalmente dal chiasso circostante; interi dialoghi o caratteristiche complesse e contorte di individui e sensazioni vengono compressi in discorsi diretti che assumono il ruolo di versetti sacri, nell’apparato poetico-narrativo di “Erebo”, nonostante la loro natura ordinaria e rozza.
Un libro leggero che racconta il peso di un vuoto asfissiante.
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