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In pieno XII secolo, il cronista Ottone vescovo di Frisinga, congiunto dell’imperatore Federico Barbarossa si stupiva del fatto che gli italici concedessero la cintura di cavaliere anche a gente di modesta origine e dedita magari a mestieri volgari. Era in realtà, quello, un tratto arcaico. Innovatore era semmai il Barbarossa, che pretendeva di concedere la dignità cavalleresca solo a figli di cavalieri. Ma nel mondo romantico italiano dell’800, quel messaggio storico fu inteso a rovescio e l’endiade cavalleria-nobiltà considerata un tratto reazionario, per cui l’osservazione del buon vescovo di Frisinga veniva letta come il riconoscimento di una precoce vocazione “democratica” dei nostri Comuni. E così Giosuè Carducci poteva, in una sua celebre poesia, immaginare un nobile invasore germanico inveir contro i “mercatanti che cinsero pur ieri alor pingui ventri l’acciar de’ cavalieri”. La realtà dell’Italia medievale era molto lontana dall’immaginario di quell’800 romantico e risorgimentale, che, pur, seppe rievocarla con tanta amore ed anche con tanta erudizione. Nella realtà delle cose, la dignità cavalleresca, era nei nostri Comuni al tempo stesso un ambito segno di distinzione, un mezzo di affermazione politica, una moda collegata a un vasto mondo culturale, l’occasione per feroci polemiche, la base sulla quale s’impiantava un complesso sistema di segni, di valori, di feste, l’alibi per una pluralità di metafore, una contraddittoria realtà dinamica in termini militari. I saggi contenuti in questo libro, che si ricollega al precedente Guerre di primavera (Le Lettere, 1992) esaminano alcuni aspetti delle realtà e dell immaginario cavallereschi dell’Italia fra XII e XV secolo.