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Franziska è venuta alla luce il primo di gennaio del millenovecento e l’autore immagina che Francesco Giuseppe le conceda, come a tutti i sudditi nati nelle prime sei ore del secolo ventesimo, un dono di mille corone e il proprio personale padrinato. Così la figlia del falegname Skripac sarà figlioccia dell’imperatore. È la storia di Franziska, che Tomizza racconta, rielaborando, ricostruendo, interrogando un epistolario originale. La vita, i sogni, gli affetti, il solo grande amore e la più cocente delusione di una slovena del Carso a Trieste; una vicenda che, come tutte le storie assolutamente vere, batte con le pulsazioni ma anche con le incongruenze, l’inesplicabilità profonda della vita. L’amore tra Franziska e l’italiano Nino Ferrari, di Cremona, ufficiale sul Carso e poi ingegnere a Trieste, soffre della timidezza, degli impacci non solo di due anime, ma di due culture, di due mondi che si sfiorano, cercano di capirsi, ma non possono, o non sanno, incontrarsi. F il Tomizza scrittore di frontiera che ritorna con Franziska, il narratore delle peripezie di individui e di popoli egemoni o sottomessi, vincitori e succubi, intraprendenti o rassegnati, ma sempre raccontati con la loro anima e la loro volontà di esistere. Emblema dell’incontro-scontro tra due diversi tipi di umanità e di civiltà, l’amore tra la triestina slovena e l’ufficiale cremonese anticipa di quasi un secolo il dibattito sul federalismo e la secessione, le due e più Italie. Con la notevole differenza che questa storia non indica una linea divisoria geografica tra un’Italia buona e cattiva, meritevole o indegna di figurare in Europa, ma giustifica le dissimili educazioni spirituali motivate dalle diverse culture e dominazioni. In Franziska si affrontano, semmai, umiltà, insicurezza e coerenza da una parte e provincialismo egoistico, scaltro e arrogante dall’altra. E comunque, la forza che trascina i protagonisti, che li porta a infliggere e a subire ferite, è anche indipendente dalla buona volontà dei singoli come dalle ragioni della storia; è la lacerazione che sta nella vita, è il destino che inclina, né intraprendente né supino, ma inevitabile e, a suo modo, semplice, esatto.
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