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Incontriamo Stefano, nel momento in cui, a trent’anni, ha deciso di abbandonare la casa di quella famiglia in cui si è sempre sentito il figlio non voluto e si avvia rabbiosamente per la sua strada.
“Incontriamo” nel vero senso della parola, perché fra i capitoli si alternano momenti, detti “Pausa”, in cui dialogano fra di loro – brevemente – due persone: chi scrive e chi vive la storia. In questo modo Stefano, che ancora non sa di che pasta è fatto, chiede cosa gli succederà e lo “scrittore”, che ugualmente non conosce l’intera trama, domanda al ragazzo particolari che lo aiutano nella stesura (“Avevo in mente questo ragazzo incattivito e non sapevo che farne” – “Vado bene così?” – “Guarda che io la storia ancora non la conosco e poi, non solo, non è detto che tutto quanto debba inventarlo io. Hai libertà d’azione, puoi sfuggirmi di mano quando credi e metterci del tuo).
Conosciamo quindi un ragazzo che ha vissuto in una famiglia di cui non avvertiva il cuore, guidata da una madre rigida e formale, in cui ha giocato il ruolo del figlio superfluo, alle prese con un fratello sempre vincente e vistosamente preferito (da bambino, nascosto, in salotto sente la madre dire: “La gente oggi fa figli come conigli e poi non se li può neanche permettere. Credetemi, dovrebbero tutti farne uno solo a famiglia e così nessuno si rovinerebbe la vita…”).
Ma Stefano è un ragazzo splendido, percorso da debolezze e dolori, che però affronta il nuovo gioiosamente; dalla rabbia emerge un carattere giocoso, una prontezza di spirito e un fascino sempre soffocato. Mentre è alle prese con un lavoretto da quattro soldi, gradualmente la vita gli cambia (se la cambia) e tutto quello che gli gira intorno funziona.
Contemporaneamente, nella tua torre, la madre inizia a dare segni di un malessere mentale. I comprimari della famiglia residua si trovano spiazzati di fronte a una situazione non più perfetta, si perdono e si ritirano di fronte a questa anomalia che mina la loro sicurezza. Ed è lì che Stefano, ormai liberato dalla scorza di rancore, torna a curarsene.
Particolare: i dialoghi fra lo “scrittore” e il protagonista si diradano via via che quest’ultimo prende consistenza e sente meno il bisogno di incontrarsi col primo. Inoltre l’espediente di questi intervalli permette che la trama sia più immediata, dato che è proprio nelle “pause” che certi stati d’animo e motivazioni vengono meglio spiegate nel confronto fra i due.
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