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Riproporre il tema del rapporto tra religione e violenza è ora meno che mai
una pura questione accademica, il frutto di un interrogare filosofico chiuso nei
recinti di sparute élites del pensiero o peggio occasione di dispute noiose. Quotidianamente vengono poste a tappeto questioni che investono in pieno il nesso
tra religione e violenza, spesso nel quadro drammatico di quello che Huntington
ha definito lo “scontro di civiltà”1
. Eppure da molto tempo la riflessione filosofico
politica ha riacceso l’interesse per l’elemento religioso: la visione ottimistica di
una società in grado di trovare spontaneamente un suo equilibrio nella dinamica
delle singole volontà ed interessi all’interno delle regole definite dallo stato di
diritto, ha lasciato il posto ad una riflessione più approfondita e critica attorno al
“religioso”, inteso, in senso lato, come legame (religio da religare) sociale. Si torna
a parlare e a teorizzare attorno all’esistenza di un “centro simbolico” che deve
essere posto a delimitare i contorni della religione civile, quale centro “sacro” ed
intoccabile posto a garantire l’unità politica, sempre minacciata dal pericolo della
disintegrazione individualistica, dall’erosione messa in opera da gruppi di interesse, dal pluralismo rappresentato dalla società, come si dice ormai di consueto,
“multiculturale”. Ma lo stimolo a ripensare tali temi riveste oggi un carattere di
vera urgenza e non viene, come si è accennato, solo dalla filosofia. L’aspetto religioso si mostra in modo prepotente anche nella realtà politica contemporanea:
solo la lettura dei giornali offre ampi spunti di analisi e motivi di riflessione in
questo senso. La presenza di temi ed espressioni che si credevano relegate definitivamente nei libri di storia, come “guerra santa”
