
Oggi abbiamo i mezzi materiali e mentali per costruire un futuro equilibrato, senza scossoni e traumi e senza potenze dominanti a controllare tutto e dettar legge. È la frammentazione in cui è immerso il nostro mondo che ci impedisce di vedere i contorni di questo futuro. La frammentazione è nei fatti, nonostante l’imperante globalizzazione dei mercati che tende a rendere l’intero globo un immenso mercato con le stesse regole, gli stessi marchi, gli stessi centri città, negozi, grattacieli e supermercati. Ma sotto questa cartolina che raffigura paesaggi splendidi, i cambiamenti tumultuosi che si susseguono ci fanno pensare che siamo in preda a un mare in tempesta con onde impazzite. Eppure -e anche questo è un dato di fatto- la specie umana non è mai stata bene come adesso e tutti noi potremmo -avendo ormai, da persone mature, abbandonato tutti gli incubi di apocalissi e palingenesi che ci hanno perseguitato in passato- pensare e agire in modo diverso, superando il velo di Maya della frammentazione, sostituendo ad essa un altro principio, quello della condivisione. È lo stesso pianeta Terra che dovrebbe suggerirci questo modo di procedere. Dove noi, con l’occhio della frammentazione, vediamo il leone che sbrana la gazzella, Gaia ci dice che il leone esiste perché esiste la gazzella e la gazzella esiste perché esiste l’erba e l’erba esiste perché c’è la terra a nutrirla insieme alla pioggia, al vento, al sole e alle stagioni. Gaia non conosce frammentazione se essa non è funzionale alla coesistenza, alla simbiosi, alla condivisione. È questa la cultura dell’equilibrio. Il presupposto di questo libro è che si possa innescare e far progredire questa cultura dell’equilibrio recuperando e superando le contrapposizioni, valorizzando tutto ciò che di buono abbiamo costruito fino a oggi, riparando gradualmente e con le dovute attenzioni le tante crepe e fessure che continuano ad aprirsi nel vasto edificio che abbiamo costruito dopo la Seconda guerra mondiale con immensi sacrifici, dopo aver imparato la lezione che i 60 e oltre milioni di morti dovrebbero averci insegnato. E’ la lezione del buon senso: nonostante i tanti conflitti -locali e non- siamo riusciti a vivere per settant’anni in pace. La prosperità e il benessere si sono diffusi in tante parti del mondo. Ma c’è ancora tanto da fare. Perché gli abitanti dell’Afganistan, dell’Iraq, di mezza Africa non sono certo inclini all’ottimismo nel valutare gli ultimi decenni della loro storia. In questo libro si individuano tre linee direttrici di questa cultura dell’equilibrio: a) la diffusione del marketing moderno come chiave per la realizzazione di una società in cui siano non solo garantiti i bisogni primari ma in cui lavoro e sfruttamento non siano l’unica ragione di vita; b) la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite del 1948 come difesa e protezione dei diritti fondamentali della persona come individuo, non in quanto appartenente a un gruppo, religione, nazione o altro. Anche in questo orizzonte siamo tuttora su un piano molto arretrato su scala globale. Proteggere i diritti umani della persona significa sic et simpliciter accettare e applicare i principi della democrazia moderna con tutto ciò che implica e tutto ciò che chiaramente viene indicato nei 30 articoli della Dichiarazione; c) un cambiamento deciso dei paradigmi mentali verso la responsabilizzazione individuale nei consumi e nell’inquinamento, la sostenibilità ecologica nei comportamenti, un consumismo critico, etico, che riscopra la sobrietà senza inneggiare alla miseria. Bisogna immaginare e praticare nella vita quotidiana una società del dopo-petrolio che veda nell’abbandono delle energie fossili l’obiettivo fondamentale. Dimenticando apocalisse e palingenesi, i tre percorsi potrebbero organicamente viaggiare insieme, fecondandosi e illuminandosi a vicenda, costituendo una felice sintesi che potrebbe garantire sviluppo sostenibile per l’umanità intera per chissà quanti anni ancora.
