Gustavo Ezequiel Krichesky – La Distanza Che Non Si Vede (2026)

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L’Amethyst pone una contraddizione difficile da risolvere: promette lucidità e, allo stesso tempo, può imprigionare chi la cerca. In questo rimedio c’è qualcosa che aspira a elevarsi spiritualmente senza riuscire ad abitare pienamente il proprio corpo. Questo disallineamento tra i due movimenti è parte di ciò che questo libro cerca di sciogliere.

Il Quartz si regge su un paradosso diverso. Lascia passare la luce, ma rimane chiuso, cristallizzato, quasi impenetrabile. Da questa convivenza tra trasparenza e durezza nasce gran parte di ciò che il rimedio mostra in ambulatorio: un’immagine umana riconoscibile, non un elenco di sintomi.

Con Oncorhynchus, l’asse cambia completamente. Ciò che organizza il quadro è l’impulso a ritornare, la memoria di un’origine, il viaggio controcorrente proprio di un essere orientato verso un punto precedente, perduto ma necessario. Vale la pena chiedersi quale forza spinga qualcuno a tornare anche quando quel ritorno lo logora, lo ferisce o lo consuma.

Il Positronium porta la questione su un terreno ancora più strano: quello della materia e del suo rovescio, l’annichilazione come condizione della presenza. È un rimedio che parla di esistere solo in relazione a ciò che può farlo scomparire, e di ciò che accade a una persona quando questa tensione diventa il suo modo abituale di stare nel mondo.

Quattro medicinali, quattro logiche diverse, ma un unico punto di partenza: leggere la materia medica non come un inventario di sintomi, ma come un’immagine dell’essere umano, con il suo conflitto, il suo gesto, il suo modo particolare di soffrire o di difendersi.

In omeopatia, il sintomo visibile quasi mai basta. Dietro di esso c’è spesso qualcosa che non si lascia ancora vedere del tutto, ma che già agisce sull’intero quadro. Questo libro lavora, rimedio per rimedio, in quella zona intermedia, senza affrettare le risposte.

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