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Definito da Lacan un rebut de la société, lo psicanalista può esistere solo nell’indeterminatezza, senza poter occupare un posto, assumere un ruolo, avere una funzione o una missione sociale definita: tutte quelle prerogative, insomma, che contraddistinguono – in primo luogo giuridicamente – una professione. Nella misura in cui l’analista legittima il suo atto attraverso l’autorizzazione di un terzo e si qualifica, si priva di quella sua preziosa duplicità che Guy Le Gaufey pone a fondamento del transfert, e che ritroviamo in formule quali: «La situazione analitica non tollera terzi» (Freud) o: «L’analista non si autorizza che da sé stesso» (Lacan). Basta infatti che egli dichiari la finalità del proprio atto, basta che si prefigga un qualunque ben determinato scopo, o lo condivida con l’analizzante – fossero pure la cura e la guarigione – perché il transfert, da «messa in atto della realtà dell’inconscio», lasci il posto a un’altra realtà: terapeutica, pedagogica, educativa, morale…, o “semplicemente” alla realtà “tout court” a cui ricondurre il “paziente” che l’avrebbe smarrita.
Ma vivere «ai confini delle terre giuridicamente accatastabili», non è forse anche la condizione imprescindibile di chiunque non voglia rinunciare a appartenere a sé stesso?…
Ma vivere «ai confini delle terre giuridicamente accatastabili», non è forse anche la condizione imprescindibile di chiunque non voglia rinunciare a appartenere a sé stesso?…
