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Hubert Dreyfus, scomparso il 22 aprile 2017, è stato un filosofo statunitense, che con il saggio Che cosa non possono fare i computer (1972), ha sollevato obiezioni radicali alle eccessive pretese dei sostenitori più accaniti dell’intelligenza artificiale. La sua coraggiosa e scettica critica si articola in tre momenti fondamentali.
Il primo passaggio dellasua tesi fa leva sulla costituzione della mente umana. Dreyfus osserva come, questa funzioni, grazie ad un hardware, cioè il cervello, la cui struttura fisica è chiaramente diversa da quella degli hardware dei computer. Questo è il punto di partenza per riflettere su quale sia il “luogo” dell’intelligenza: la mente umana non è qualcosa di disincarnato, non c’è mente senza il corpo, ma neppure c’è il corpo senza l’ambiente, ovvero la situazione, il contesto, in cui è collocato.
Questo porta a mettere in discussione la stessa analogia tra mente umana e computer, sulla base delle conoscenze biologiche sempre più precise del cervello e del suo funzionamento di cui oggi disponiamo. Se l’intelligenza è strettamente legata alla costituzione fisica dell’uomo, com’è possibile che essa si collochi anche al di fuori del cervello umano e che si realizzi indipendentemente dalla sua corporeità e fisicità?
Secondo la riflessione di Dreyfus, l’intelligenza è per l’uomo un dato naturale: l’uomo è «sicuramente corpo», e proprio nella sua corporeità risiede la sua capacità di essere intelligente. Messa così in forse l’idea che la mente umana possa essere paragonata a un computer, quest’ultimo non sembra essere altro che una macchina simile a tante altre costruzioni dell’uomo, che possono aiutarlo nelle sue prestazioni, ma non sostituirglisi o essere simili a lui.
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