
Espressione tra le maggiori della cultura arabo-ispanica nel suo momento più felice (l’autore fu tra l’altro amico di Averroè), questo celebre romanzo filosofico – la storia di un fanciullo che cresce solo in un’isola deserta e si viene elevando per forza propria alla contemplazione dei più alti principi metafisici – appare per la prima volta in versione italiana. Esso pero’ non e’ novità per l’occidente cristiano: già caro, non a caso, a Pico della Mirandola che ne curo’ una prima traduzione latina, venne tradotto di nuovo nel Seicento col titolo di Philosophus Autodidacticus, in tempo, probabilmente, per influenzare l’ideazione del Robinson Crusoe e per diventare un punto di riferimento per la cultura illuministica fin forse all’Emile di Rousseau. Una cosi’ lunga fortuna non e’ certo casuale. E in effetti, se il lettore saprà pagare l’inevitabile tributo alle pagine d’esordio e addentrarsi nel cuore del libro, non solo ne apprezzerà il vigore letterario, ma s’accorgerà di trovarsi di fronte a una di quelle metafore universalmente significative che comportano parecchi livelli di lettura. Ad esempio, potrà, si, continuare a scorgervi un inno alla grandezza dell’uomo – come l’intesero gli illuministi – , ma a patto di non ignorarne le premesse spirituali e religiose e di non dimenticare che per l’autore (come scrive l’autrice nella sua bella introduzione) “L’uomo no e’ grande perché possiede l’intelletto, ma perché Dio gliel’ha dato”.
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