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Quando Ivàn Karamàzov, oltremodo eccitato, la cupa sera precedente la sua deposizione al processo per il presunto parricidio compiuto dal fratello Mìtja, entra nella stanza del malato Smerdjàkov, nota sull’unico tavolo della camera “un grosso libro con la copertina gialla”. Il successivo, drammatico colloquio doveva quindi distrarre la sua attenzione da esso. Smerdjàkov gli rivela infatti di essere stato lui l’autore dell’omicidio, ma insieme lo accusa di esserne stato il diretto ispiratore. Più tardi tuttavia, quando per l’ingresso nella stanza della padrona di casa il suo ospite copre in fretta il denaro, prova del delitto, con “quell’unico libro, grosso e con la copertina gialla”, egli ne legge “macchinalmente” il titolo: I sermoni del nostro santo padre Isaàk il Siriaco.
Era questo un volume appartenuto a Grigòrij, servitore del padre di Ivàn, presso cui Smerdjàkov aveva vissuto come un figlio. Nel suo solitario occuparsi di “cose sacre” Grigòrij “leggeva il Martirologio”, sostava sul libro di Giobbe, ma in particolare si applicava “ostinatamente” alle “prediche” e ai “sermoni” del padre siro: “non ci capiva quasi nulla – nota Dostoèvskij -, ma forse proprio per questo apprezzava e amava quel libro più di tutti”.
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