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365 p, Seconda Edizione

« Voi siete delle misere figure, siete dei falliti, la vostra parte è finita; andate al posto che vi compete da oggi in poi: tra la spazzatura della storia. » L’apostrofe di Trockij contro gli oppositori menscevichi dell’ottobre 1917, è tipica di tutto un modo di considerare la storia, secondo cui soltanto le cause che trionfano dovrebbero interessare lo storico, mentre sarebbe giusto ignorare e irridere, o liquidare come miopi e reazionari, quei mo­vimenti e quelli uomini che non contribuiscono al pro­gresso dell’umanità. I marxisti non sono gli unici a pen­sarla cosi: lo stesso concetto è implicito nel giudizio di storici cristiani sul paganesimo, o di storici liberali sul conservatorismo. Ma le vere vittime degli storici per i quali non ha valore che il successo, sono i rivoluzionari falliti. Quando una rivoluzione trionfa, gli storici si af­fannano a ricostruirne le origini vicine e lontane, e a ripercorrerne gli sviluppi; cosicché l’intera successione di avvenimenti che l’ha preparata nel corso di molti decenni è molto spesso descritta come un processo ine­vitabile, e ogni idea, ogni episodio sono giudicati in base al contributo che hanno dato, o all’ostacolo che hanno opposto, all’esito finale. D’altra parte, le rivolu­zioni mancate appaiono come vicoli ciechi, e gli uomini e le idee che le ispirarono non sono quasi mai studiati per il loro valore intrinseco. Di conseguenza, molti aspet­ti interessanti o curiosi vengono dimenticati o trascurati, e il campo visivo dello storico è deliberatamente rin­chiuso in limiti angusti. Ma, se la missione dello storico, come dell’artista, è quella di allargare la nostra immagine del mondo, di aprirci una nuova prospettiva nel guar­dare le cose, può accadere che spesso lo studio della sconfitta sia altrettanto istruttivo e fecondo di quello della vittoria. Un tipo ricorrente di insuccesso, e le sue cause, possono allora far luce tanto sulla psicologia degli individui, quanto sulle strutture sociali.
Come ogni minoranza, gli anarchici hanno sofferto di questo culto del successo. Essi non hanno al loro attivo nessuna rivoluzione vittoriosa. Le loro teorie politiche sono piene di incoerenze, o di ipotesi sbagliate. La sim­patia che un certo tipo di dottrina anarchica si era gua­dagnata è stata a volte distrutta dall’efferatezza o dal folle terrorismo di un’altra scuola pratica. Ciò non to­glie che, negli ultimi cent’anni, le dottrine anarchiche e le loro realizzazioni pratiche abbiano sollevato diversi interrogativi sulla natura della nostra società industriale. Esse hanno rivolto al concetto moderno dello Stato un filo ininterrotto di critiche di fondo, e hanno contestato i concetti base di quasi tutte le scuole contemporanee di pensiero politico. Hanno attaccato, spesso in modo estremamente brutale, i valori e gli istituti della società e della morale stabilite. Tutto ciò si è risolto in gran parte in futili melodrammi, o in tragiche commedie. Ma le proteste di cui il movimento anarchico si è reso inter­prete esprimono un pur tuttavia ricorrente bisogno psi­cologico, che la sua débàcle come forza politica e sociale efficiente non annulla affatto.

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