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Un romanzo che parte da un presupposto più che coerente, il lapsus linguae di Bryant: “..sei replicanti… tre maschi, tre femmine…”. Ma poi, facendo bene i conti (“il replicante andato arrosto nel campo elettrico della Tyrrel corporation, Kowalsky – quello che sparò a Holden – , e poi le femmine, Pris e Zhora, e il replicante di nome Roy Batty), Deckard ne ha ritirati solo 5. Perché è di nuovo lui il protagonista, un uomo sull’orlo del suicidio innamorato del suo replicante Rachel, tenuta in vita da un’apparecchiatura che ne ritarda il ciclo biologico per allungarle la vita il più possibile, più dei 4 anni previsti dal suo modello, in uno stato perenne di semivita (v. Ubik” di P. K. Dick). Lo scontro decisivo fra uomini e androidi in un’atmosfera di degrado e di desolazione che tuttavia non riescono a cancellare la speranza: il seguito del romanzo creato dalla fantasia di Philip K. Dick.
