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Generare macchine simili all’uomo è sempre stata una delle principali ambizioni della ricerca e dello sviluppo sin dalle origini della rivoluzione industriale. I primi sistemi che emulavano il comportamento umano, durante l’esecuzione di particolari attività, furono soprannominati “automi”, ed erano, in sostanza, giocattoli meccanici di precisione governati da meccanismi a orologeria in grado di generare complesse sequenze di movimento. All’inizio del 1700 centinaia di questi sistemi cominciarono a essere prodotti per essere esibiti presso le corti reali o a pagamento in esposizioni dedicate. Primi tra questi il pianista, il disegnatore e lo scrivano di Jacquet-Droz e fratelli, prodotti per la corte di Luigi XVI. L’ultimo, un automa in grado di scrivere frasi arbitrarie lunghe fino a 40 lettere.
Macchine come il flautista di Jaques Vaucanson prodotto nel 1738, pur essendo degli artefatti di nessuna utilità pratica, manifestavano il desiderio di alcuni uomini e della società in generale di veder nascere macchine non solo dall’aspetto umano ma, soprattutto, capaci di imitare l’uomo nelle sue tipiche abilità gestuali e intellettuali.
Già nel 1770 il barone von Kempelen, stimolato a produrre dalla corte austriaca una macchina che potesse impressionare l’imperatrice Maria Teresa, si cimentò nella realizzazione di quello che è comunemente noto come il giocatore di scacchi. Un manichino seduto di fronte a una scacchiera in grado di giocare autonomamente al più nobile dei giochi e battere in questo i migliori giocatori di corte.
Una vera macchina intelligente, frutto di una combinazione di meccanismi impressionanti, e certamente dell’inganno, visto che la vera intelligenza del dispositivo era delegata ad un abile scacchista umano in grado di nascondersi nel cuore della macchina e di pilotare gli organi di governo dell’automa per gareggiare con l’ignaro sfidante.
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