Lino Massagrande – Scuola e l’indottrinamento soft (2026)

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Questo libro non è nato da una teoria. È nato da una scena. Alcuni studenti hanno posto una domanda semplice e scomoda: “Avete professori che cercano di indottrinarvi?”
Non c’erano accuse precise, non c’erano nomi. Solo una percezione. Ciò che mi ha colpito non è stata la domanda, ma la reazione. Diversi insegnanti sono intervenuti per dichiarare apertamente il proprio orientamento politico, come se la questione fosse quella. Come se il problema fosse “da che parte si sta”, non “come si insegna”.
In quel momento ho capito che il punto non era l’ideologia dichiarata. Il punto era la sua normalizzazione.
Non ho visto propaganda. Ho visto qualcosa di più sottile: la convinzione diffusa che l’orientamento culturale dell’insegnante non incida realmente sull’ambiente formativo. Che basti dichiararsi per essere neutrali.
È lì che ho iniziato a pensare a questo libro.
Nel mio precedente lavoro, Democrazia cancellata, ho analizzato il progressivo svuotamento della sovranità politica nelle democrazie contemporanee. Ho mostrato come il potere si sia spostato senza rotture visibili, attraverso meccanismi tecnici, linguaggi rassicuranti, decisioni formalmente legittime.
Ma quel libro lasciava aperta una domanda più profonda: come si prepara culturalmente una società ad accettare la riduzione della propria sovranità?
La risposta che ho maturato è semplice e insieme inquietante: prima di essere politica, la sovranità è mentale.
Una cittadinanza che non percepisce alcune alternative come legittime non ha bisogno di essere repressa. Si autolimita e questa autolimitazione non nasce nei palazzi istituzionali. Nasce molto prima.
Nasce nella formazione.
Questo libro affronta il tema dell’indottrinamento soft non come accusa, ma come struttura. Non parlo di imposizioni esplicite, né di piani occulti. Parlo di un processo più efficace proprio perché non si percepisce come tale.
Quando alcune cornici interpretative diventano l’orizzonte implicito dell’educazione; quando il pluralismo è dichiarato ma non strutturato; quando il dissenso non è vietato ma psicologicamente marginalizzato; allora il consenso non è imposto.
È reso prevedibile.
Se in Democrazia cancellata ho analizzato l’effetto finale, la riduzione dello spazio democratico, qui indago la sua premessa culturale.
Perché la democrazia non si indebolisce solo quando perde competenze istituzionali. Si indebolisce quando smette di formare menti capaci di reggere il conflitto delle idee.
Questo libro non vuole delegittimare la scuola. Vuole prenderla sul serio.
Perché se la sovranità politica può essere trasferita senza rivoluzioni, è anche perché prima è stata educativamente resa accettabile.
Ed è da lì che ho deciso di ripartire.

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