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“Il passato è un paese straniero: le cose si fanno diversamente lì”. Ma poi: “Allo sguardo della memoria i miei ricordi sepolti di Brandham Hall sono come effetti di chiaroscuro, macchie di luce e di buio: solo con uno sforzo posso vederli in termini di colore. Ci sono cose che so, anche se non so come le so e cose che ricordo. Alcune cose mi appaiono fissate come fatti, ma nessuna immagine le accompagna; allo stesso tempo ci sono immagini non provate da nessun fatto che si ripresentano ossessivamente, come il paesaggio di un sogno”. Le due citazioni da Leslie Hartley (“The Go-Between*) mettono a fronte i due registri possibili di una memoria nettamente distinta da una storia, il registro dell’estremità e quello dell’inconscio, l’antropologico e lo psicoanalitico, sulla cui alternanza il narratore costruisce la sua narrazione.
Anche il libro della Passerini è costruito su questi due registri; l’io narrante (autore del libro o gruppo che si autoritrae) presenta insieme frammenti di pratiche registrate con il distacco dell’antropologo e sondaggi sull’inestricabile intimità dell’individuo con il suo passato. I tre blocchi di materiali con cui è costruito il libro – “la libera elaborazione di un diario tenuto negli anni 1983-87” “due lunghe interviste” fatte all’autrice, e “alcuni scritti autobiografici precedenti” (tra il 1974 e il 1987), e infine capitoli fondati “su una raccolta di interviste, compiuta negli stessi anni” a una quarantina di persone attive nel movimento degli studenti e/o degli operai (p. 227) – si alternano liberamente. Essi sono distinti sia tipograficamente sia per la cifra stilistica che li domina, una leggera auto-ironia nel diario, una sorta di cauta e sospesa riflessività nell’uso delle interviste, e un ritmo più vivace nel ricordo dei migliori anni della nostra vita. Come nel triplo autoritratto in cui il pittore si ritrae mentre dipinge, in abiti da lavoro, dalla propria immagine riflessa in uno specchio un se stesso vestito in abiti curati, il soggetto appare insieme unico e sdoppiato attraverso molteplici apparenze.
Tra questi blocchi, e in parte anche dentro ognuno di loro, si alternano i due percorsi possibili, e il diario può essere interpretato sia come il diario di campo di un antropologo sia come l’autoanalisi di uno psicoanalista.