Mario Marchisio – Oboli di Caronte. Narrazioni, aforismi, dialoghi (2026)

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Gli antichi ponevano nella bocca dei morti una moneta, affinché potessero pagare Caronte, l’oscuro traghettatore dello Stige. Oboli di Caronte si rivela un titolo appropriato, in quanto allude alla dimensione funebre e in un certo senso iniziatica di questa straordinaria miscellanea di Mario Marchisio. Interpretando correttamente le immagini incise su ogni obolo (vale a dire in ogni racconto, aforisma e dialogo), i lettori saranno pronti a compiere il loro viaggio nell’invisibile, forse incalzati da un ultimo dubbio: nella terra dove il sole non tramonta o nel paese dell’eterno oblio?
Ma Oboli di Caronte è molto più di una semplice raccolta di racconti, aforismi e dialoghi filosofico-impossibili; è il trionfo del paradosso, della sorpresa, del macabro sarcasmo, del dubbio esistenziale, dell’assurdo.
Il plancton umano, secondo Marchisio, a differenza di quello degli oceani, ama illudersi che nessuna Balena mai lo inghiottirà. Ma la propensione al male si rivela il più delle volte incoercibile: qualora l’uomo intraveda anche soltanto una speranza di assecondarla, le sue energie, ipso facto, si moltiplicano. E allora gli alberi, le montagne, i fiumi, le pianure, le città, le strade, le automobili, gli uomini e le donne e la loro vita e la loro morte, il sole, la nebbia e l’arcobaleno, l’amore, la sapienza, la virtù, il più infimo vizio, la quiete e il movimento, le idee, le convinzioni, ciò che sbiadisce rapido e quel che dura, il nostro mondo, gli altri mondi, il nulla esistente e l’immaginario, sono anch’essi figli prediletti dell’Apparenza.
«Una città, forse vasta come New York, popolata esclusivamente da cadaveri ibernati in giganteschi grattacieli-surgelatori. In ogni armadio di ogni stanza di ogni edificio, vestito a puntino, almeno un morto. Morti nelle cantine, assiepati supini gli uni al fianco degli altri come bottiglie di champagne; morti, soprattutto bambini ed anziani, appesi nell’ombra dei solai a lunghi ganci che scompaiono all’altezza delle gole, un tempo misteriosamente morbide o raggrinzite; segretarie defunte con le dita per sempre rigide sulla tastiera, fra migliaia di corpi muti che si affollano stipandosi; e commessi di negozi, uomini d’affari, religiosi, camerieri, prostitute; madri inchiodate a ventinove gradi sotto zero nell’atto di spalmare burro e marmellata sulla bianca fetta di pane… «Luigi, Carlo!, la colazione è pronta!»; coppie di amanti sorprese in quella Pompei di trasparente lava ghiacciata sopra un letto d’albergo dove avevano sperato l’amplesso anonimo, al riparo dagli sguardi curiosi e pettegoli della cittadina di provincia; e barboni, barboni sdraiati sulle panchine dei giardini pubblici, goffi ed immobili come se fosse una notte d’inverno. Nessuna vettura, nessun autobus; nemmeno una bicicletta. Silenzio. Qualche stalattite di gelo azzurro di tanto in tanto si lascia precipitare nel vuoto accogliente delle strade».
«Lo stato di dormiveglia è la condizione ideale per chi debba essere vampirizzato. Uomo donna o bambino che sia, chiunque ha davanti a sé in tali circostanze un evanescente batuffolo di nebbiolina azzurra, nulla di più, e i suoni, ovattati e suadenti come in una fiaba, zampillano intorno melodiosi. Il frastuono delle rare automobili che solcano le strade un’ora prima dell’alba verrà confuso con il muggito del mare in burrasca o con una romantica scorreria di paladini su cavalli schiumanti lanciati al galoppo; il ronzio e i sussulti del frigorifero in cucina saranno per le orecchie tali e quali il bisbiglio che s’alza fra le canne del lago al declinare dell’estate. Il vampiro, credetemi, conosce alla perfezione tutte le cose che vi sto dicendo. Egli è il Non-Morto, colui che trasforma il proprio corpo in quello di una bruna nottola ed insinua il suo volo irregolare nell’ombra della stanza in cui adesso riposate».

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