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Dalla tiepida fede alla negazione, il passaggio fu rapido. Il Lucifero, polimetro ed episodico, come i più de’ poemi rapisardiani, maturò nel tempo in cui in Europa dominava il materialismo ed il razionalismo, che ispirarono una poesia satanica, pallida filiazione del Faust del Goethe; ma non si è lontani dal vero affermando che era intrinseca nello spirito del poeta siciliano la figurazione del Titano ribelle. Non « guerre des Dieux », ma guerra contro Dio, il poema fu senza dubbio un’audacia come pensiero e come arte, ma il mondo creato attorno all’arcangelo fulminato è inconsistente e fuori di lui; perchè la crisi di coscienza del Rapisardi, rapida e non profonda, nè impedì che il poeta corresse impetuosamente all’assalto d’un mondo chimerico — ove il simbolo sopraffà il reale e la parola sopraffà il pensiero — nè fu accompagnata da ugual crisi d’arte. “Ricrea l’animo” — scriveva Domenico Gnoli — quell’onda di verso, quel fare largo, nutrito di studi classici, ricco a profusione di similitudini e d’immagini, a tinte calde, come la natura della sua isola nalale ». Ma l’onda fluida e canora del verso e la pompa delle immagini non valgono a dissimulare un certo senso di vuoto nel poema, che fu troppo esaltato o troppo vilipeso, decidendo quasi della for-tuna del poeta, mentre esso non era se non una tappa verso più nobili e ardue cime d’arte, anche nel campo di quel grande stile che parve proprio del Rapisardi.
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