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Lo scopo complessivo del saggio è di contribuire alla comprensione della cultura e del pensiero cinese in generale, e del taoismo filosofico in particolare, attraverso l’interpretazione “esistenzialista” del Dao De Jing di Lao Zi proposta da Karl Jaspers. Per Jaspers il Tao è il nulla: «Per tanto che l’essere è ciò che vediamo, ascoltiamo, prendiamo, che è immagine e figura, il Tao è nulla. L’origine si può raggiungere solo nel Tao privo di essere». il Tao per Jaspers equivale al suo Tutto-avvolgente che è l’Essere contrapposto agli enti: se consideriamo gli enti come essere, allora il Tao è nulla. In relazione a questa interpretazione il saggio intende mostrare da un punto di vista storico, filosofico, antropologico e filologico la forzatura “etnocentrica” e la problematicità che si presenta nell’identificare il Tao e il nulla. il Tao del taoismo coincide infatti con l’esserci delle cose stesse, con il mutamento della realtà semplicemente esperita, con la “spontaneità” (zi ran), con l’esser se stesse così come sono da parte di tutte le cose esistenti. Il Tao non è un dio che parla e crea, che salva e che condanna: non c’è un qualcosa di assimilabile a un dio nel pensiero cinese, almeno a partire dalla fine del periodo assiale. La filosofia di Jaspers viene assunta in questo volume sia come forma paradigmatica di traduzione del taoismo in occidente sia come una delle forme più coerenti di “nichilismo”, nell’accezione data a questo termine da E. Severino, ovverosia come fede nel divenir-altro inteso ontologicamente, cioè come divenir nulla e dal nulla di ogni cosa esistente.
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