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Ai miei genitori
NOTA DELL’EDITORE: Il mistero della strana morte di Edgar Allan Poe nel 1849 viene svelato nelle pagine che seguono.
Vi rivelerò, Vostro Onore e signori della Corte, la verità sulla morte di quest’uomo e sulla mia vita, una vicenda mai narrata finora. Per quanto sia stato privato di tutto, mi rimane ancora una cosa: questa storia. Oggi sono presenti in aula alcuni abitanti della nostra città che hanno cercato di farmi tacere per sempre.
Seduto qui tra voi, vi è chi ancora mi reputa un criminale, un bugiardo, un reietto, un assassino vile e scaltro. Me, Vostro Onore, Quentin Hobson Clark, cittadino di Baltimora, membro del foro e appassionato lettore. Ma questa storia non riguarda me. Se non terrete conto di null’altro, vi prego di tenere conto almeno di questo. Non ha mai riguardato me; l’ambizione non c’entra. Quel che è accaduto non è stato motivato dalla mia fortuna rispetto agli altri rappresentanti della mia classe né dalla mia reputazione agli occhi di giudici superiori. Riguarda qualcosa più grande di me, più grande di tutto questo, ovvero un uomo grazie al quale i posteri ci ricorderanno, sebbene voi l’abbiate dimenticato ancor prima che la terra ricoprisse la sua bara. Qualcuno doveva pur farlo. Non potevamo limitarci a tacere. Non potevo tacere.
Quanto segue è la pura verità. E io devo raccontarvela perché sono il più vicino a essa. O meglio, l’unico ancora in vita.
Una delle stranezze dell’esistenza è che solitamente sono le storie di chi non c’è più a racchiudere la verità…
Scarabocchiai queste righe sulle pagine del mio taccuino (l’ultima frase è cancellata, al suo posto un «Retorico!» scritto a mano a mo’ di commento).
Prima di recarmi in tribunale, scribacchiai queste parole nel disperato tentativo di predispormi ad affrontare i miei diffamatori, convinti che la mia rovina fosse la loro salvezza. Poiché sono avvocato, penserete forse che la prospettiva di ritrovarmi di fronte a un’aula di curiosi ed ex amici, oltre a due donne che probabilmente mi volevano bene… penserete, dicevo, che tale prospettiva non dovesse essere troppo preoccupante per un abile avvocato di Baltimora. Non è così. Per fare l’avvocato, occorre adoperarsi per gli interessi degli altri. Questa professione non prepara a dedicarsi ai propri interessi. Non prepara un uomo a salvare se stesso.
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