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Irene Salvemini ha quarantadue anni, nessun lavoro e una madre in una residenza che costa milleottocentosessanta euro al mese. Quando le offrono un impiego convivente sul lago d’Orta — assistere una signora di ottantasei anni in una villa che nessuno riscalda — accetta, anche se il contratto ha un allegato che non le piace.
L’allegato le impone di annotare ogni giorno, per iscritto e con l’ora esatta, ogni frase sconnessa della proprietaria.
Ogni sera alle nove e quaranta Bice Cardelli dice la stessa cosa, con le stesse parole, senza sbagliarne una: «Non aprire alla ragazza con il cappotto rosso.» La famiglia la chiama la filastrocca. Il figlio dice di non farci caso. La nuora chiede a Irene di scriverlo sul modulo.
Poi, in fondo all’armadio della stanza di servizio, Irene trova un cappotto rosso della sua taglia, con dentro una fettuccia cucita a mano. Sulla fettuccia c’è il suo nome.
Irene ha fatto l’agente immobiliare per quattordici anni: sa leggere una casa, una planimetria, una fattura vecchia di quarantatré anni. È l’unica cosa che le è rimasta, e in quella villa diventa l’unica cosa che conta — perché la famiglia ha trentotto giorni per vendere, e per vendere ha bisogno che la proprietaria non sia creduta da nessuno.
Compresa la donna che ogni sera le risponde «va bene».
Un thriller domestico italiano sulla credibilità: chi ha diritto di essere ascoltato, e che cosa succede quando per quarantatré anni nessuno fa una domanda.
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