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Per Pasquale Jannelli, Consigliere dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo, l’anno si apre dietro il recinto di Denenchōfu. Dopo l’8 settembre 1943, l’intera missione diplomatica italiana in Giappone ha rifiutato la Repubblica Sociale per restare fedele alla Corona: la risposta dell’alleato nipponico è stata l’internamento — una cinquantina di persone fra diplomatici, familiari e collaboratori, in un regime che l’Ambasciatore definirà «praticamente quello di una prigione».
Da quel recinto Jannelli scrive ogni giorno, con una lucidità che è essa stessa una forma di resistenza. Mentre i giorni della prigionia si somigliano, fuori il mondo si rovescia: Roma liberata, lo sbarco in Normandia, la guerra che si stringe sul Giappone — bagliori filtrati dalla propaganda dei giornali nipponici, e la coscienza acutissima di un’Italia «spartita, dilaniata», che «si dibatte negli spasimi di un’agonia che si rifiuta alla morte».
C’è anche una storia di sangue: mentre Pasquale è prigioniero a Tokyo, il fratello Guglielmo — Capitano, già voce del Futurismo — è prigioniero di guerra degli Americani in Arkansas. Nell’aprile 1944 le due celle, ai due capi del mondo, si toccano per la prima volta in una lettera.
Chiude il volume l’Appendice documentaria dell’internamento: dieci carte — proteste ufficiali al Ministro Shigemitsu, biglietti disperati al Delegato Apostolico — con cui la missione cercò invano di far giungere la propria voce al mondo.
Sesto volume dei Diari Diplomatici di Pasquale Jannelli. Edizione critica a cura di Gioacchino Stancanelli, con apparato di note per il lettore non specialista.
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