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Di Sabrina Harman tutti dicevano che non avrebbe fatto mai male a una mosca, letteralmente: «se c’è una mosca sul pavimento e tu stai per pestarla, lei ti blocca». Sabrina era entrata nell’esercito per pagarsi il college e poi andare in polizia: amava fare fotografie e le sarebbe piaciuto diventare fotografo legale. Nella sua unità in Iraq era considerata una che odiava assistere ad atti di violenza, o commetterli: tutto sommato un soldato che non avrebbe mai dovuto fare il soldato, troppo gentile, troppo sensibile, inadeguata per quel ruolo di guardia carceraria ad Abu Ghraib.
Eppure Sabrina Harman e molti altri suoi commilitoni, fra cui Charles Graner, Lynndie England e Ivan Frederick, sono le stesse persone che ridono beffarde puntando il dito davanti a una piramide umana di prigionieri incappucciati, che sollevano festose il pollice accanto al cadavere di un uomo morto per le torture, che indifferenti stringono una cinghia intorno al collo di un detenuto nudo a terra. Sono le stesse persone che da quelle foto, che qui volutamente non sono riprodotte, sembrano quasi osservarci, cercare la nostra complicità.
Pensavano di essere accolti come dei liberatori e si ritrovano in quella che era la più famigerata prigione di Saddam Hussein, riconvertita in fretta e furia e bersagliata dai mortai, a svolgere compiti per cui non sono addestrati, sottoposti a una catena di comando confusa e vaga sugli ordini e sulle procedure da seguire per gli interrogatori.

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