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Haja voleva lasciare un ricordo di sé e della sua famiglia alla storia, a chi fosse venuto dopo, grazie alla sua dote naturale. Perciò aveva disegnato sulle pareti della caverna tutto ciò che le passava per la mente. Persino i loro nomi, progettati come pronunciarli con quei fischietti di canne di diversa forma e dimensione.E gli animali, soprattutto i cavalli che aveva conosciuto durante il suo unico viaggio verso il fiume e la valle. Il ritorno fu l’inizio del dramma e rimasero imprigionate, lei e la sorella Jejen, nella spelonca, per sempre. Erano adolescenti, ma già provate dalle sofferenze della vita di quel mondo apparentemente senza linguaggio. Lo stesso che lei, allora, cercava di illuminare con le sue trovate e che fu scoperto da Gisella, l’archeologa dei nostri giorni. Quarantamila anni dopo.E così cominciò la seconda realtà di quella gente, quando le cinque teste di cavalli, graffiti sulla roccia, parlarono di quegli anni lontani, persi e ritrovati, con i simboli e le malinconie non diverse dal tempo presente. Dove Gisella stentava a ritrovare sé stessa e poi le si spalancò la porta della storia, quella scritta senza parole, molto più inestricabile di ciò che va solo letto. Eppure lei era capace d’interpretare, da potersi anche cimentare nella successiva ricerca: dove avesse vissuto suo padre in quegli undici anni mancato da casa. Nel silenzio totale. Aveva pochi indizi ma sufficienti per tentare ancora. Fino a giungere a Monsanto, un piccolo paese del Portogallo, dove c’era una traccia. E la seguì fino in fondo, alla scoperta di quell’altra storia, della sua famiglia, di Riccardino, un fratellino che neanche sapeva esistesse.Solo allora la foto di quel sorriso all’orizzonte, da sempre sul comodino del papà, le parve avere un significato.

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