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Se Augusto Graziani, con “La teoria monetaria della produzione” (Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, 1994), ha inteso dare veste sistematica alla sua proposta di una teoria della moneta che vuol essere al contempo una fondazione della macroeconomia alternativa a quella ortodossa, il libro di Realfonzo ne costruisce il naturale prolungamento sul terreno della storia dell’analisi, scegliendo di mettere a fuoco il quarantennio di teoria che si apre con l’affermarsi dell’ortodossia neoclassica anche in materia monetaria e si chiude idealmente con le due figure contrapposte di Hayek e Keynes. Risulta chiaro fin dalle prime battute che le tesi di fondo della “teoria monetaria della produzione” (l’espressione è di Keynes) rappresentano la griglia di lettura attraverso la quale l’autore rivolge il suo sguardo al passato. E l’ombra lunga di Schumpeter è lì a fare da guida in un reticolo di personaggi e di proposte teoriche. Paradossalmente le parti più ricche e avvincenti del libro sono quelle dedicate agli sviluppi della teoria neoclassica, dall’iniziale idea della banca come puro intermediario (Cannan), alla teoria del moltiplicatore “rigido” (Marshall, Phillips), a quella del moltiplicatore “flessibile” (Mises, Hayek): forse perché l’autore, quando espone gli autori del filone eterodosso (Wicksell, Schumpeter, Robertson, Keynes ne sono i rappresentanti principali), assume il tono più dogmatico di chi intende presentare un patrimonio storico di immediato interesse teorico; o forse perché le lucide incursioni di Graziani in questa direzione ci avevano già fornito molte chiavi di lettura.
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