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Qui la melanconia è una condizione clinica osservata al letto del malato. Krafft-Ebing la segue nelle sue sfumature: il dolore morale che rende penoso ogni pensiero e persino ogni percezione, l’angoscia precordiale avvertita come una morsa nella regione del cuore, l’anestesia affettiva di chi non riesce più a rallegrarsi né a rattristarsi di nulla, e gli impulsi suicidi contro cui il medico deve vigilare giorno per giorno. Attorno alla teoria, le voci dei pazienti: lettere, confessioni, storie seguite per anni, con i loro tentativi di cura e le loro remissioni. Ne emerge il ritratto di una psichiatria che cerca per ogni sintomo un posto nel corpo senza mai smettere di ascoltare chi soffre — una domanda, quella sul rapporto tra mente, corpo e sofferenza, che riguarda chiunque oggi abbia a che fare con la depressione.
Questa edizione italiana è una traduzione letteraria pensata per essere letta oggi: naturale e viva nella lingua di chi legge, fedele alla sostanza, alla voce, al tono e alle immagini di Krafft-Ebing. Il suo tedesco clinico dell’Ottocento arriva al lettore con la nitidezza di una prosa che alterna la pagina teorica al caso clinico con una disinvoltura quasi narrativa.
Il volume si apre con un’introduzione critica che ricostruisce il dibattito psichiatrico da cui lo studio nasce, la figura dell’autore e la sua traiettoria scientifica, l’architettura dei tre quadri clinici che compongono il libro e le ragioni per cui vale ancora la pena frequentarlo.
Un classico ritrovato da aggiungere alla propria biblioteca, per chi ama la storia della medicina e per chi vuole capire come la sofferenza dell’animo sia diventata, un passo alla volta, oggetto di scienza.
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