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Alto sopra la città, un ammasso isolato di nembi transitò davanti alla luna piena con tale rapidità da sembrare una sequenza cinematografica accelerata. In un viale deserto presso una lunga cinta muraria, un taxi Fiat giallo sporco spense i fari e il motore e proseguì in folle, per semplice spinta inerziale, accostandosi al marciapiede di Porta Angelica. Una figura snella abbigliata con la lunga e ruvida tonaca a cappuccio di un frate domenicano emerse dal sedile posteriore. L’uomo era cresciuto nella punta dello stivale d’Italia ed era conosciuto con il nomignolo di Calabrese dalle oscure organizzazioni che di tanto in tanto ricorrevano ai suoi servigi. Da ragazzo, il Calabrese, un giovane bellissimo con il viso angelico di un eunuco rinascimentale, aveva seguito per anni un corso da equilibrista in una scuola circense, ma lo aveva abbandonato dopo una rovinosa caduta da una fune che gli aveva procurato la frattura di una caviglia. Ora, malgrado un’andatura leggermente claudicante, si muoveva ancora con l’eleganza felina di un funambolo su una corda tesa. Dai colli sovrastanti il Tevere la campana di una chiesa, collegata di recente a un timer elettrico, batté la mezz’ora con qualche secondo di anticipo. Il Calabrese controllò il quadrante luminoso del suo orologio da polso, poi percorse i cinquanta metri di colonnato che lo separavano dal massiccio portone di legno.
Indossati un paio di guanti da chirurgo in lattice, grattò alla porta dell’ingresso di servizio. Subito, all’interno, qualcuno fece scorrere un chiavistello e il portoncino ritagliato in urto dei due battenti del grande portone si socchiuse di uno spiraglio largo quanto bastava per lasciarlo entrare. Un uomo dal volto anemico, di mezz’età, in abito borghese ma con il portamento rigido di un ufficiale dell’esercito, gli mostrò cinque dita e indicò con la testa l’unica finestra degli alloggi del corpo di guardia da cui filtrava una luce. Il Calabrese annuì una sola volta. Con l’ufficiale che faceva strada, i due si incamminarono lungo il viottolo.
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