![Nel nome di Allah di [Roberto Patruno]](https://eurekaddl.living/wp-content/uploads/2021/05/1836401_41sPxoDV3QS.jpg)
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Poche, pochissime persone sanno di Yarmouk. Ancora meno sanno dei suoi abitanti e della tragedia che dal dicembre 2012 si è abbattuta su di loro.Yarmouk è un sobborgo di Damasco, a otto chilometri dal centro della capitale siriana.Un piccolo quartiere che, nel 1957, diviene il luogo di rifugio per migliaia di profughi palestinesi in Siria: 220.000, prima che iniziasse la guerra, secondo le stime delle Organizzazioni Umanitarie e della Croce Rossa Internazionale.Non si è mai saputo con certezza quanti fossero realmente, né ci si è mai preoccupati più di tanto di accertarsene. E perché poi? Non si trattava che di figli di Palestina, da sempre perseguitati, cacciati, violentati, sterminati e ignorati da tutti, anche da chi avrebbe dovuto rappresentarli e difenderli nelle sedi internazionali.Yarmouk, non una città. Non un reale campo per rifugiati. Non un vero quartiere, né un villaggio. Semplicemente, un non luogo.E, allora, perché occuparsene se viene trascinata in una guerra non sua, occupata dalle forze che si oppongono al regime di Bashar al-Assad, cui si aggiungono poi le bande del Califfato Islamico?Le truppe governative assediano Yarmouk sottoponendola a pesanti bombardamenti, senza tener alcun conto della popolazione inerme e pacifica rimasta intrappolata al suo interno. Ma a chi importa?Ci si accorge di Yarmouk per una foto drammatica scattata alla fine di gennaio del 2014.Una foto di “inimmaginabile desolazione” la definisce il quotidiano britannico The Guardian.Rilanciata dalla rete e dai media, riprende migliaia di palestinesi laceri e affamati, assiepati, in una lunghissima fila, in attesa della distribuzione del pane. Richiama alla mente immagini terribili di altri tempi, di altri luoghi, di altri popoli, vittime spettrali della ferocia dell’uomo.A quel punto il mondo sembra scuotersi. Le televisioni, i giornali ne parlano. Si attivano i cronisti in cerca di notizie forti, quelle che fanno vendere i giornali. Ma quanta attenzione, e per quanto tempo, si può dedicare a un non luogo?Poca e non per molto.L’8 luglio del 2014 Israele lancia contro Gaza l’operazione “Margine protettivo”. Si contano migliaia di morti e la comunità internazionale dimentica Yarmouk.In più di centomila si riversano per le strade a Londra contro l’intervento israeliano a Gaza: una massiccia manifestazione di solidarietà replicata in molte città del mondo.Per Yarmouk sono scese in piazza solo quaranta persone.E così il ricordo di quel pezzo di Palestina in terra siriana e della sua tragedia si dilegua, effimero, come un miraggio nel deserto.Cosa sia successo in questi anni a Yarmouk e ai suoi abitanti nessuno lo sa con certezza.In tutti i casi si è trattato di un genocidio, di un nuovo olocausto, passato sotto silenzio. Un numero imprecisato, ma altissimo, di palestinesi, cittadini inermi, pacifici, sono morti, anche di inedia. Per fortuna migliaia sono riusciti a fuggire, ma di altre migliaia non si sa semplicemente nulla.Si stima che oggi a Yarmouk sopravvivano poco più di seimila persone e nessuno è in grado di prevedere quale potrà essere la loro sorte.Questo racconto non è comunque la storia di Yarmouk.Non è neanche la cronaca di un genocidio, tanto meno un saggio sulla guerra siriana, né sulla follia di uomini che si combattono nel nome di Allah, o di una fede, qualunque essa sia.Molto più semplicemente, ho cercato che le parole, quelle scritte, quelle che rimangono, parlassero di un amore.In apparenza, una storia comune, una come tante nel mondo.A distinguerla dalla altre, l’essere un amore nato in quel campo, a Yarmouk, fra le macerie e il dolore di una città in agonia, metafora di come la vita riesca sempre e comunque, anche nei luoghi più martoriati e dimenticati, a vincere sulle persecuzioni e la morte. Un modesto omaggio ai figli di Palestina e a tutti i perseguitati nel mondo.
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