
Per tutto l’arco della sua vita, a Leonardo piacque viaggiare. Fin dai tempi in cui era al servizio di Ludovico il Moro aveva esplorato le valli lombarde. Durante il suo secondo soggiorno a Milano, l’artista riprese le escursioni, che compiva da solo e che gli servivano per studiare le rocce, le erbe, i fossili e le montagne inesplorate. Fin dai tempi antichissimi, le vette della Valtellina, della Valchiavenna e tante altre delle Alpi avevano ispirato una specie di timore superstizioso. Leonardo tuttavia considerava i posti dal punto di vista di un moderno viaggiatore: segnava il nome dei monti più alti, le distanze e le curiosità che vedeva. Partendo dalla casa Melzi a Vaprio, risalì il corso dell’Adda fino a Lecco, esplorò la Valtellina e si addentrò in Valsassina, che suggeriva tra le gite da compiersi nel mese di maggio. Si recò anche a studiare le sorgenti curative di Bormio, dove annotò ammirato le vette « terribili e sempre piene di neve », regno di candidi ermellini. Ma non si accontentò di guardare solo da lontano le cime sconosciute: arrivò addirittura in cima al monte Rosa, che nei suoi manoscritti chiamava Mombroso. Il fatto curioso è che non aveva idea dell’altezza reale delle vette che scalava.
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