
Viene presentata una convincente alternativa alle ipotesi riduzioniste e ultradarwiniste in base a cui sarebbe il gene la chiave di lettura della natura umana, spostando l’attenzione sull’organismo nel suo complesso.
A leggere i giornali pare che esista un gene per qualunque cosa, addirittura per entità difficilmente definibili: così sarebbero stati individuati geni per l’aggressività, per l’omosessualità, per l’intelligenza, per l’alcolismo… Questi annunci, più che autentiche scoperte, sono spesso solo la caricatura di quello che dovrebbe essere la scienza. Purtroppo sono anche il frutto di una visione ultradarwinista e ultrariduzionista della biologia e dell’essere umano che gode di un grande seguito. Partendo dalla propria esperienza di biologo sperimentale, Steven Rose demolisce pezzo per pezzo questa concezione, i suoi presupposti logici e storici e le sue false promesse. I processi vitali, argomenta, sono una faccenda assai più ricca e complessa: dunque non possono e non debbono essere ridotti all’egoismo di una stringa di bit (il DNA), ma debbono essere studiati nella complessa interazione di vari sistemi dinamici, dalla cellula all’individuo, alla specie, all’ambiente. La stessa nascita e l’evoluzione della materia vivente sul nostro pianeta sono comprensibili solo in questa prospettiva, come dimostra Rose in un’affascinante ricostruzione. E’ evidente l’importanza anche sociale delle sue conclusioni. Soprattutto considerando che la tendenza oggi prevalente è quella di addossare il disagio all’individuo (e ai suoi geni), sollevandolo così da ogni responsabilità morale per affidarsi alla mistica del farmaco e tra poco delle varie terapie genetiche.
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