
È difficile saper scrivere di ciò che si chiama vita. Si ha a che fare con continue mareggiate che ti trascinano al largo, con acqua che ti cola fra le dita, con direzioni che non sai prendere e che, nondimeno, finiscono per prenderti e per condurti verso naufragi patetici, inutili, oppure, ancor peggio, verso stupidi cimenti letterari.
Saper scrivere sulla vita non significa poi che tu abbia imparato a vivere o che la vita ti abbia insegnato a parlarne con semplicità, con tenerezza. Nella complessità moderna del banale, le cose più semplici restano paradossalmente le più ardue a dirsi.
Ancor più difficile è parlare della morte, trovare un senso sulla fine di un vivente, sulla morte di un amore, di un progetto, di un desiderio.
Dal 3 febbraio 2018, dal giorno della tua morte, ho cercato di poter fissare qualcosa su di te, sui diciassette anni del nostro amore, sul fatto che le lacrime non fossero sufficienti, e sul mio non voler accettare la possibilità di una tua assenza definitiva. (…)
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