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Raul Hook non caccia i fenomeni soprannaturali. Li data.
La sua idea — quella che gli è costata la cattedra, il matrimonio e la reputazione — è che le cose impossibili hanno una stratigrafia, esattamente come ce l’ha un sito archeologico. Non esistono «da sempre»: sono cominciate un giorno preciso, per una ragione precisa, sopra qualcosa che c’era prima. E se stabilisci quando è cominciata una cosa, sai cosa restituire per farla finire.
Per questo Hook lavora con la cazzuola, la livella, il quaderno di scavo e una fettuccia metrica gialla da tre metri. Non ha poteri. Non ne avrà mai. E quando ha paura si mette a misurare qualcosa, perché è l’unico gesto che gli riesce con le mani che tremano.
Cartagine, novembre. Uno scavo per la posa di una condotta, a sessanta metri dal recinto del tophet di Salammbô, intercetta un settore che non compare su nessuna pianta dal 1922. Diciannove urne cinerarie puniche, allineate, sigillate, calate una sopra l’altra in un taglio che non c’entra niente con gli strati intorno.
Dentro non ci sono ceneri di bambini.
Ci sono mani. Mani umane adulte, intere. E la prima, misurata alle dieci e ventuno del mattino con un termometro a infrarossi da dieci euro, segna trentatré gradi e uno.
La notte dopo l’apertura, un archeologo dell’istituto nazionale del patrimonio si sveglia e il giorno prima non c’è. Non l’ha dimenticato: non c’è stato. Eppure in quel giorno ha lavorato davanti a dodici testimoni, ha firmato il registro di cantiere con la propria calligrafia inclinata dalla parte sbagliata, e alla fine ha detto sette sillabe in una lingua morta da duemila anni.
Hook ha quattordici giorni per stabilire quando è cominciata. Ogni strato che toglie, la cosa guadagna terreno.
Primo volume della serie HOOK. Un caso, un paese, un fenomeno. Ogni libro si legge da solo.
Horror con dentro l’ironia e il mestiere, costruito su un luogo reale e su una storia di scavo documentata: il tophet di Cartagine, le sue ventimila urne, e il fatto — vero — che su nessuna delle migliaia di stele ritrovate in un secolo sia mai stato scritto che cosa fosse stato chiesto.
Con una nota storica finale che separa riga per riga quello che è documentato da quello che è inventato.
«Chi dice che una cosa è così da sempre non ha scavato abbastanza.»
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